Il Buddismo è stato senza dubbio il modello più difficile da analizzare. Primo perché ci sono talmente tante scuole di pensiero che non è facile individuare i punti importanti, secondo perché le affermazioni degli esponenti buddisti sono spesso molto vaghe. Mentre ad esempio l’Islam ha dei punti dottrinali ben precisi, le dottrine buddiste sembrano affermare tutto e niente. Ravi Zacharias non a caso, ha dovuto intervistare centinaia di monaci e filosofi buddisti prima di poter scrivere il libro The Lotus and the Cross, dove immagina una conversazione tra Gesù e Gautama Buddha. In ogni caso, noi prenderemo in esame solo tre punti fondamentali, comuni alla grande maggioranza delle scuole.

“Un giorno scopriremo tutti che essere rispettosi e sinceri non ci dà la licenza di sbagliare.” Ravi Zacharias in The Lotus and the Cross, Jesus talks with Buddha.

Punto 1: Saṃsāra

La dottrina del saṃsāra esprime basilarmente che “ogni rinascita è un pagamento per le vite precedenti”.

Il problema è che nella storia ci sono state soltanto un numero finito di nascite. C’è stato un momento nel passato in cui ha avuto luogo una prima nascita, che quindi non aveva niente da pagare. Analizzando quindi questo primo punto sulla base delle evidenze che abbiamo a disposizione, vediamo che il buddismo si rivela inadeguato.

Punto 2: Il Kharma è lo standard assoluto per il bene e il male

Secondo il Buddismo, il Kharma è una forza impersonale che definisce cosa è bene e cosa è male. Essa agirebbe nel mondo per mezzo di una legge causa-effetto che, in parole povere, retribuisce le buone azioni e punisce quelle sbagliate. Ricordiamo che il Buddismo è per definizione una religione ateistica, quindi che nega l’esistenza di un Dio personale.

La sofferenza che c’è nel mondo sarebbe proprio l’effetto causato dalle cattive azioni commesse dagli esseri senzienti, originate dalla loro ignoranza.

In tutta questa dottrina (molto complicata da riassumere) sono evidenti un bel po’ di problemi.

La sofferenza degli esseri senzienti viene definita come “male”. Anche alcune azioni vengono evidentemente definite come male, mentre altre come bene. La base per la definizione di bene e male è proprio il Kharma. Questa forza impersonale quindi, dovrebbe provvedere ai paletti necessari per definire cosa è bene e cosa è male.

È proprio qui il problema. Le entità impersonali non hanno obblighi morali, solo quelle personali li hanno. Per esempio, qualsiasi persona riconosce come oggettivamente buono il fatto di nutrire il proprio figlio. Una roccia invece non ha nessun valore morale, così come la legge di gravitazione universale o la seconda legge della termodinamica. Una forza impersonale non ha alcun motivo di ritenere malvagie azioni come torturare un bambino per divertimento o sterminare sei milioni di Ebrei. La sofferenza stessa non potrebbe essere considerabile come oggettivamente male.

Per fare un altro esempio, definire il benessere degli esseri senzienti come una cosa buona presuppone il fatto di ritenere la loro sopravvivenza e prosperità una cosa buona, ma questa presupposizione non è giustificabile oggettivamente.

Però è molto evidente che una morale oggettiva esista. Chi può seriamente negare che lo stupro non sia oggettivamente male? O che aiutare un bisognoso non sia oggettivamente bene? Dire che il Kharma, una forza impersonale, rappresenti lo standard assoluto per il bene e il male spiega molto male le evidenze. Le entità impersonali non hanno obblighi morali, pertanto il Kharma non può rappresentare la base della definizione del bene e del male.

Punto 3: Il Kharma è eterno

Secondo il Buddismo, il Kharma è eterno. Non viene specificato se sia trascendente o no, ma quello su cui tutte le scuole sono d’accordo è la sua eternità.

Oggi sappiamo che l’universo abbia avuto un inizio, cioè che spazio, tempo e materia non sono eterne, ma abbiano avuto un’origine nel passato. «Pressoché tutti ora credono che l’universo, e il tempo stesso, abbiano avuto un inizio con il Big Bang» Stephen Hawking, ateo. 1

Dunque l’unico modo in cui il Kharma potrebbe essere eterno sarebbe essere trascendente, ma vediamo se questo è possibile. Supponendo che il Kharma esistesse già al momento del Big Bang, dovrebbe essere stato proprio lui a causarlo. La causa dell’universo dovrà essere necessariamente trascendente, cioè fuori dal tempo, fuori dallo spazio ed immateriale, proprio come il Kharma. Ma purtroppo a questo punto incontriamo un altro grosso problema. Il Kharma è impersonale e quindi non può scegliere di causare niente. Si tratta quindi di una causa inefficace.

Quindi, esaminando le moderne evidenze sull’inizio dell’universo, notiamo che ancora una volta il modello buddista si rivela inadeguato.

Conclusione

Si può facilmente notare che le inadeguatezze del Buddismo dipendano dal concepire l’universo come eterno e stazionario, come tutte le altre religioni orientali. A differenza di quest’ultime però, il Buddismo non lo dichiara esplicitamente e risulta quindi meno evidente.

In ogni caso, è bastata una breve analisi sulla base di normalissime evidenze alla portata di tutti, per comprendere che il Buddismo non spieghi la realtà affatto bene.

Al contrario, il Cristianesimo spiega molto bene le evidenze relative alla moralità e all’origine dell’universo. La base che definisce oggettivamente il bene e il male è questa volta un’entità personale, cioè Dio, il quale ha tutte le ragioni del mondo per ritenere ad esempio la sofferenza come “male”. Similmente, la causa dell’universo può essere perfettamente individuata in Dio, un’entità trascendente, fuori dallo spazio e dal tempo, incredibilmente potente, supremamente intelligente e, soprattutto, personale.

Spero che i lettori intellettualmente onesti seguano le evidenze dovunque esse portino.

 

1 Stephen Hawking, The Nature of Space and Time, Princeton, N.J.: Princeton University Press, 1996, p.20