In questo articolo mostreremo come l’evoluzione darwiniana sia inadeguata a spiegare almeno due caratteristiche fondamentali che distinguono l’essere umano da qualsiasi altro essere vivente: l’esperienza di bellezza e l’intelligenza avanzata. Per evoluzione darwiniana non intendiamo ciò che Darwin ha osservato, ma intendiamo il processo cieco, non guidato e casuale con cui si sono sviluppate tutte le specie viventi attuali a partire da un antenato comune, mediante la selezione naturale.

Esperienze di bellezza

Tutti gli esseri umani, fin da piccoli, hanno esperienze di bellezza. Ci sono moltissimi tipi di bellezze nell’universo: il cielo stellato, un paesaggio, un tramonto, una canzone, un colore, un fiore. C’è anche una tremenda bellezza nelle leggi fisiche che governano l’universo stesso. Le elegantissime equazioni che descrivono i fenomeni fisici sono estremamente belle per gli scienziati, i quali spesso sono portati a studiarle esclusivamente per l’impulso estetico, e solamente in secondo luogo per fini tecnologici. Da ingegnere, ad esempio, trovo equazioni come quelle di Navier-Stokes per la fluidodinamica, o di Bernoulli, terribilmente soddisfacenti. Già il fatto che l’universo in cui ci troviamo sia bello è straordinario, come dice Steven Weinberg, Nobel per la fisica 1979, ateo: “A volte la natura sembra più bella dello stretto necessario”.1 Tuttavia, la questione che ci interessa maggiormente in questa sede non è tanto il fatto che il mondo sia bello, ma il perché sembri bello agli esseri umani.

La bellezza sembra avere un ruolo fondamentale negli esseri umani, in quanto essi progettano la loro vita per avere più esperienze di bellezza possibile. Gli umani scelgono il proprio lavoro, la propria dimora, il proprio mezzo di trasporto, i propri passatempi eccetera considerando la bellezza un elemento fondamentale.

Si potrebbe obbiettare che un uomo trovi “bella” una donna perché è vantaggioso ai fini della sopravvivenza, in quanto viene incoraggiato ad accoppiarsi con lei e quindi a riprodursi. Sembra calzare alla perfezione. Analizzando però altre esperienze di bellezza, questo accostamento sembra sempre più forzato. Trovare “bello” un tramonto non ha alcun vantaggio in termini di selezione naturale. Addirittura, in molti casi, ciò che ci appare bello non è nemmeno neutrale ai fini evoluzionistici (come il tramonto), ma è perfino svantaggioso. Si pensi ad esempio al fatto che troviamo estremamente bella una tigre. Se l’evoluzione darwiniana fosse vera, ci aspetteremmo di sperimentare il contrario, dato che ai fini di sopravvivenza, sarebbe stato molto più vantaggioso trovarla brutta, cosicché fossimo incoraggiati a fuggire.

Al contrario, un Creatore intelligente e personale, come quello dei modelli teistici, avrebbe molte buone ragioni per creare un universo bello, e delle creature (gli uomini) in grado di apprezzarlo. Il teismo spiegherebbe molto bene il fatto che l’universo sia caratterizzato da leggi fisiche e matematiche così eleganti, e perché la natura sia così bella, dettagliata, colorata e mozzafiato. Il teismo spiegherebbe molto bene anche la capacità degli esseri umani, a differenza delle altre creature, di sperimentare e ricercare esperienze di bellezza, poiché sarebbero stati creati ad immagine di Dio.

Intelligenza avanzata

L’essere umano è in grado di studiare cose astratte e straordinariamente complicate, come ad esempio la meccanica quantistica. Ma questa facoltà non sembra essere minimamente collegata al processo di selezione naturale.

John D. Barrow, cosmologo, fisico, matematico, professore di ricerca all’Università di Cambridge, in occasione della vincita del premio Templeton ha detto:

Ci aspetteremmo di trovare la nostra più grande e affidabile comprensione del mondo negli eventi quotidiani, per i quali milioni di anni di selezione naturale hanno affinato il nostro ingegno e preparato i nostri sensi. E quando guardiamo verso lo spazio esterno delle galassie e dei buchi neri, o nello spazio interno dei quark e degli elettroni, dovremmo aspettarci di trovare poche risonanze tra le nostre menti e le vie di questi mondi. La selezione naturale non richiede la comprensione dei quark e dei buchi neri per la nostra sopravvivenza e moltiplicazione. Eppure, troviamo queste aspettative ribaltate sulle loro teste. La conoscenza più precisa e affidabile che abbiamo di qualsiasi cosa nell’Universo, è di eventi in un sistema stellare binario a più di 3000 anni luce dal nostro pianeta, e nel mondo subatomico di elettroni e raggi di luce, dove è accurato al meglio di nove decimali. E, curiosamente, le nostre più grandi incertezze riguardano tutti i problemi locali della comprensione di noi stessi – società umane, comportamento umano e menti umane – tutte le cose che contavano davvero per la sopravvivenza umana. 2

Ma prima di arrivare alla meccanica quantistica, anche la comparsa dell’intelligenza (di tipo umano) stessa presenta enormi difficoltà. Insieme al collega Frank Tipler, Barrow continua che:

Un aumento delle capacità di elaborare l’informazione da parte del sistema nervoso centrale è in realtà uno svantaggio riproduttivo, sia prima della nascita, poiché un sistema nervoso complesso richiede un lungo periodo di gestazione, che dopo, perché la cura della prole e l’apprendimento nel giovane si protraggono a lungo. Dal punto di vista riproduttivo l’intelligenza non è a priori un vantaggio. (…) I primati non sono particolarmente evoluti, e quindi la loro encefalizzazione non può essere considerata espressione dell’alto livello raggiunto dai mammiferi. Anche tra i primati il grado di encefalizzazione raggiunse nel Miocene un limite ben definito, tranne che nel ramo che ha portato a Homo sapiens; le altre scimmie antropoidi furono rimpiazzate dai cercopitecidi, meno encefalizzati ma con maggior successo riproduttivo. In altre parole, l’evoluzione delle facoltà cognitive, cioè di un’intelligenza e di una coscienza di tipo umano, è altamente improbabile anche tra i primati. 3

Visto che l’intelligenza di tipo umano è addirittura un ostacolo alla sopravvivenza, almeno in prima battuta, ci aspetteremmo che nella storia, la selezione naturale abbia scartato individui con un grado di encefalizzazione più alto, privilegiando quelli meno sviluppati. Infatti è esattamente quello che osserviamo in natura, come accaduto alle scimmie antropoidi menzionate da Barrow. Secondo C.O. Lovejoy, stimatissimo evoluzionista, “L’uomo non è solo un animale unico, ma è il prodotto finale di una linea evolutiva assolutamente unica (…) È evidente che l’evoluzione delle capacità cognitive non è il risultato di una tendenza evolutiva, né un evento di probabilità sia pur minima ma calcolabile.” 4 D’altronde, tra le migliaia di linee evolutive possibili, soltanto l’Homo sapiens ha sviluppato questa caratteristica, come mostra il grande biologo evoluzionista Ernst Mayr:

Vi sono quattro regni, ciascuno dei quali comprende migliaia o decine di migliaia di linee evolutive. In tre di questi regni – protozoi, funghi e piante – non si è sviluppata alcuna traccia d’intelligenza. Resta il regno animale, a cui apparteniamo. Esso consiste di circa 25 raggruppamenti o phyla, che diventano più di 30 se includo quelli estinti. In uno solo di essi, i cordati, si è sviluppata una vera intelligenza. I cordati comprendono numerosi classi, credo più di 50, ma solo una di esse (i mammiferi) ha portato allo sviluppo di vera intelligenza, come nell’uomo. I mammiferi comprendono più di 20 ordini, ma in uno solo di essi, i primati, si giunge all’intelligenza e tra le oltre cento specie di primati solo una, l’uomo, ha il tipo di intelligenza che può permettere lo sviluppo della tecnologia avanzata. 5

Quindi l’evoluzione darwiniana non punta in maniera convergente verso una maggiore intelligenza ma, al contrario, tutti i dati che abbiamo dicono che la ostacola.

Visto che un’intelligenza avanzata e, a maggior ragione, la capacità di studiare quark e buchi neri non è una caratteristica vantaggiosa per la sopravvivenza, non si può giustificare la sua comparsa con l’evoluzione darwiniana. Al contrario, se quest’ultima fosse vera, non ci aspetteremmo di trovare tali caratteristiche.

Inoltre, il semplice fatto che una particolare aggregazione di atomi, l’Homo sapiens, sia in grado di accedere e comprendere le leggi che governano gli atomi stessi, è una cosa troppo straordinaria per essere accettata come una mera coincidenza felice. George Wald, premio Nobel per la medicina 1967, professore dell’Università di Harvard, riassume poeticamente che “I fisici sono il modo degli atomi di conoscere gli atomi”. 6 Quindi l’evoluzione darwiniana avrebbe dovuto provvedere alla comparsa non soltanto di un’intelligenza avanzata, ma anche in grado di comprendere la materia in cui è inserita. Paul Davies coglie perfettamente il punto: “Viviamo in un universo che ha dato origine a sottosistemi che possono dare un senso (in un modo limitato) al tutto. L’esistenza umana e l’esistenza cosmica sono collegate in modo molto profondo. (…) Lo trovo assolutamente stupefacente.” 7

In conclusione, a differenza dell’evoluzione darwiniana, l’azione di un Creatore e Designer dell’universo spiega molto bene la facoltà degli esseri umani di poter comprendere cose molto complicate ma ininfluenti per la sopravvivenza. Come un bravo padre, Dio ha ottime ragioni per dare alle sue creature la possibilità di aumentare la loro conoscenza, e quindi influenza, del mondo.

1 Steven Weinberg, Dreams of a Final Theory: The Scientist’s Search for the Ultimate Laws of Nature

2 John D. Barrow, https://www.templetonprize.org/laureate-sub/barrow-press-conference-statement/

3 John Barrow e Frank Tipler, Il principio antropico, p. 138

4 Lovejoy, in Life in the Universe, cit., p.326

5 Lettera di Ernst Mayr a F.J. Tipler del 23 dicembre 1982

6 George Wald. Foreword to L. J. Henderson, The Fitness of the Environment (1958)

7 Paul Davies, https://www.youtube.com/watch?v=gLp8Ame-FQ4