Ha Darwin sepolto definitivamente il cristianesimo? In questo breve articolo mostreremo che, nonostante nella cultura popolare sia molto diffusa questa convinzione, in realtà nel mondo accademico il dialogo è ancora aperto. Il nostro obiettivo primario non è mostrare l’inadeguatezza dell’evoluzionismo, ma far capire che la posizione dei cristiani sia piuttosto ragionevole.

Per prima cosa è fondamentale chiarire la definizione di evoluzione darwiniana. Su quello che Darwin ha osservato non c’è alcuna controversia. Ciò che ha scoperto è assolutamente straordinario, ovvero che gli esseri viventi non sono fissi ed immutabili, ma si adattano e specializzano grazie ad un meccanismo di selezione naturale che opera grazie a mutazioni genetiche. Questo processo di evoluzione è detto microscopico, o più semplicemente microevoluzione. Un esempio molto noto di questo meccanismo, popolarizzato dallo stesso Darwin, è la variazione dei becchi degli uccelli delle Galapagos. Oppure, ancor più evidente, è la grande diversità di razze canine che osserviamo oggi in tutto il mondo, dovuta all’adattamento sviluppato per sopravvivere più facilmente in base all’habitat. Quello che invece non è accettato dalla totalità degli scienziati è la cosiddetta evoluzione macroscopica, o macroevoluzione. Ossia che la grande biodiversità che osserviamo oggi in natura si sia evoluta a partire da un unico antenato comune mediante il medesimo processo di selezione naturale per mutazione casuale. In altre parole, la transizione tra specie o generi diversi, ad esempio il passaggio cruciale da “scimmia” a “uomo”, o da “orso” a “balena”, non è accettato universalmente come fatto certo. Più avanti mostreremo le motivazioni più probabili per le quali molte persone siano ancora scettiche sulla plausibilità del meccanismo appena esposto, che da ora in avanti indicheremo con evoluzione darwiniana, o semplicemente (anche se impropriamente) evoluzione.

Un’altra cosa molto importante da capire è la diversità di prospettiva tra un ateo e un teista. Come fa notare Alvin Plantinga1, professore all’Università di Notre Dame, uno dei filosofi più influenti degli ultimi decenni, il quale ha ricevuto il premio Templeton proprio per le sue considerazioni sull’evoluzione: per chi crede che non esista alcun Dio, o niente simile a Dio, l’evoluzione darwiniana deve necessariamente essere vera. Se essa si rivelasse inadeguata, anche l’ateismo stesso risulterebbe falso. L’evoluzione darwiniana sembra essere così l’unica via percorribile per gli atei. Al contrario, chi crede in Dio è un po’ più libero. Forse esiste davvero un tale meccanismo, forse no. Dio avrebbe potuto creare la vita e la biodiversità in infiniti modi diversi. Per un teista, non ci dev’essere per forza un particolare meccanismo. Ne consegue inevitabilmente che i teisti siano enormemente più liberi di seguire le evidenze dovunque esse portino. Per chi crede in Dio, se l’evoluzione darwiniana si rivelasse vera, al massimo dovrebbe rivedere l’interpretazione del testo sacro a cui crede. Infatti, ci sono alcuni scienziati cristiani che credono lo stesso nell’evoluzione, mentre non troveremo mai scienziati atei che credono in una creazione de novo. Più avanti mostreremo che in realtà, la corretta interpretazione dei primi capitoli della Genesi sia in effetti in contrasto con l’evoluzionismo, o almeno superficialmente. Ma la cosa fondamentale da comprendere qui, è che ciò che fa notare Alvin Plantinga implica che i dati vengano analizzati con più oggettività e sincerità dai credenti, invece che dagli atei. Il fatto che tra i credenti ci siano scienziati che credono sia nell’evoluzione, che nell’intelligent design o nel creazionismo, ne dimostra la loro onestà intellettuale nel ricercare la verità. Al contrario, un ateo non ha alternative. Dunque se proprio dovessimo nutrire dei sospetti su quale delle due fazioni di scienziati sia più influenzata dai propri presupposti filosofici, sarebbe sicuramente quella ateistica.

Perché le persone hanno dubbi sull’evoluzionismo

È assolutamente vero che la maggioranza degli scienziati accetti l’evoluzione darwiniana, ma è anche vero che c’è una numerosa minoranza da non trascurare. Negli ultimi decenni, migliaia di scienziati, PhD e professori di università in materie scientifiche hanno espresso pubblicamente il loro scetticismo firmando un documento di dissenso dalla teoria darwiniana. La lista è disponibile online al sito https://dissentfromdarwin.org/, nella quale spiccano eminenti scienziati del calibro di Henry Schaefer, Frank Tipler, Michael Behe, William Dembski ed il compianto Giuseppe Sermonti, ricercatori onorati da tutto il mondo accademico.  Anche a livello popolare, lo scetticismo nei confronti dell’evoluzione non è da meno, basti pensare ad esempio che negli Stati Uniti soltanto il 25% delle persone vi crede.2 Dato che l’88% degli americani crede in Dio, ne consegue che quasi la totalità dei credenti ha serie difficoltà ad accettare l’evoluzione darwiniana.

Ora, constatato che molte persone, sia a livello popolare che accademico, dubitano sull’evoluzione, la domanda che sorge spontanea è il motivo che le porti a tali conclusioni. Tra le molteplici possibili ragioni se ne individuano due fondamentali, che discuteremo molto brevemente: 1) gli argomenti a favore dell’evoluzione darwiniana non sono così irresistibili, 2) al contrario, le sue inadeguatezze fanno venire molti sospetti.

Uno. Gli argomenti a favore

Secondo Richard Dawkins, lo scienziato evoluzionista più famoso al mondo, l’evoluzione risponde ai seguenti quesiti 3:

  1. C’è stata una serie continua di passaggi che ha connesso gli esseri umani con la materia inorganica?
  2. È plausibile che ogni passaggio sia stato reso disponibile da mutazioni casuali del suo predecessore?
  3. Considerando ognuno dei passaggi della serie, è plausibile che ognuno di essi lavorasse sufficientemente bene da sopravvivere e riprodursi?

Prima di analizzare l’affermazione di Dawkins, è doveroso accennare alla quantità e natura dei passaggi da lui menzionati. È molto difficile fare una stima precisa dei passi necessari allo sviluppo degli esseri umani, ma sicuramente possiamo trovare un limite inferiore. John Barrow, uno dei cosmologi più autorevoli al mondo, professore all’Università di Cambridge, premio Templeton 2006, stila una serie di dieci passi cruciali per l’evoluzione dell’Homo sapiens, tra i quali lo sviluppo del codice genetico basato sul DNA, la comparsa di respirazione aerobica, l’origine della fotosintesi autotrofica, l’origine dei mitocondri, lo sviluppo dell’endoscheletro e così via 4. Per dare un’idea dei numeri in gioco, lo sviluppo del codice genetico umano basato sul DNA ha una probabilità di formazione spontanea compresa tra 10-12×10^6 e 10-24×10^6. Secondo i calcoli di Barrow, in tutta la storia della Terra passata “sarebbe stato possibile provare al più circa 1047 combinazioni di nucleotidi, il che è circa 52 ordini di grandezza al di sotto del necessario. […] Questi numeri danno il senso di quanto sia improbabile la specie Homo sapiens” 5, in quanto il genoma umano è formato da circa 110000 geni, i quali a loro volta sono costituiti mediamente da 1800 basi nucleotidiche. Insomma, ognuno dei dieci passi cruciali stilati da Barrow risulta essere astronomicamente improbabile; talmente improbabile, che l’età che la maggior parte degli scienziati attribuisce alla terra (4,5 miliardi di anni) sembra essere totalmente insufficiente. Con questo non stiamo dicendo che non sia potuto accadere, ma solo che è straordinariamente improbabile. Barrow infatti conclude dicendo che “prevale tra gli evoluzionisti l’idea che l’evoluzione di vita intelligente, con una capacità di elaborare l’informazione paragonabile a quella di Homo sapiens, sia talmente improbabile che difficilmente può essersi verificata su altri pianeti nell’intero universo visibile”. 6 Questa posizione è sostenuta dalla grande maggioranza degli evoluzionisti, si veda anche Simpson, Ayala, Mayr, Lovejoy e Dobzhansky.

Fin dai tempi di Darwin ci furono scienziati che si opposero alla sua teoria proprio per lo stesso motivo, ad esempio Lord Kelvin (Sir William Thomson), il fisico più autorevole dell’epoca. Secondo lui l’età della Terra era troppo bassa perché la selezione naturale avesse il tempo di produrre la varietà osservata di specie, e Darwin stesso definì questa obiezione “la più seria che sia stata avanzata”, rispondendo che “Riguardo al fatto che il lasso di tempo non sia stato sufficiente per la supposta quantità di cambiamenti organici […] posso soltanto dire, in primo luogo, che non conosciamo con quale ritmo, misurato in anni, le specie cambino”. “È tuttavia probabile, come osserva Sir William Thomson che in un periodo molto più antico il mondo fosse esposto nelle sue condizioni fisiche a cambiamenti più rapidi e violenti di quelli attuali; e tali cambiamenti avrebbero operato nel senso di produrre modificazioni più rapide negli organismi allora esistenti.” 7

Tornando all’argomentazione di Dawkins, la sua dichiarazione centrale è che l’esistenza di una serie di passaggi simile a quelli appena descritti è plausibile. Quindi l’unica cosa che Dawkins ha mostrato, se le sue argomentazioni sono giuste, è che l’occorrenza dell’evoluzione darwiniana è plausibile. Evidentemente, molte persone trovano dichiarazioni di “plausibilità” non del tutto irresistibili. È chiaro che essa sia logicamente possibile, ma da plausibile a “fatto scientificamente provato” c’è una bella differenza. Alvin Plantinga commenta:

Non stiamo certo parlando di possibilità logica a grandi linee; non stiamo chiedendo se possa esistere un possibile mondo dove questo sviluppo abbia luogo. Sarebbe troppo debole […] Stiamo parlando di possibilità biologica e […] dev’essere spiegata in termini di probabilità. Quindi le mutazioni dovrebbero essere ragionevolmente probabili, non troppo improbabili, rispetto al punto precedente. […] L’argomento di Dawkins, quindi, è piuttosto debole. […] Dawkins afferma che avrebbe mostrato che l’intero mondo vivente sia venuto fuori senza design; quello che ha realmente argomentato è soltanto che è possibile e che noi non sappiamo che è astronomicamente improbabile. Ma le dichiarazioni di mere possibilità non sono degne di nota.8

Per quanto riguarda le evidenze, ne abbiamo di sovrabbondanti per l’evoluzione microscopica, ma non si può dire lo stesso per quella macroscopica. Per fare un esempio, il collo della giraffa odierna sappiamo essersi allungato nel tempo per permetterle di arrivare a mangiare le foglie più alte degli alberi, garantendole una probabilità di sopravvivenza maggiore. Grazie ad una mutazione genetica vantaggiosa, gli esemplari di giraffa con il collo più lungo sono stati preservati (selezionati, appunto) dal processo di selezione naturale. Questo è un esempio eccellente di microevoluzione, ma non può essere portato come evidenza della macroevoluzione; la giraffa è rimasta sempre una giraffa, come gli uccelli delle Galapagos sono rimasti pur sempre uccelli. David Raup, noto paleontologo e geologo, PhD ad Harvard, spiega che bisogna essere molto cauti nell’affermare di avere evidenze della macroevoluzione:

La teoria della selezione naturale di Darwin è sempre stata strettamente collegata alle prove dei fossili, e probabilmente la maggior parte delle persone presume che i fossili forniscano una parte molto importante dell’argomentazione generale a favore delle interpretazioni darwiniane della storia della vita. Sfortunatamente, questo non è del tutto vero. […] Le prove che troviamo nella documentazione geologica non sono così compatibili con la selezione naturale darwiniana come vorremmo che fosse. […] Ora siamo circa 120 anni dopo Darwin e la conoscenza della documentazione fossile è stata notevolmente ampliata. Ora abbiamo un quarto di milione di specie fossili ma la situazione non è cambiata molto. La documentazione dell’evoluzione è ancora sorprendentemente instabile e, ironia della sorte, abbiamo anche meno esempi di transizioni evolutive di quanti ne avessimo ai tempi di Darwin. Con questo intendo che alcuni dei classici casi di cambiamento darwiniano nella documentazione fossile, come l’evoluzione del cavallo in Nord America, sono stati scartati o modificati a seguito di informazioni più dettagliate – quella che sembrava essere una bella semplice progressione quando erano disponibili relativamente pochi dati ora sembra essere molto più complessa e molto meno gradualistica. Quindi il problema di Darwin non è stato alleviato negli ultimi 120 anni.9

In definitiva, sia l’argomento alla base dell’evoluzione darwiniana che le evidenze a suo favore non sembrano essere così irresistibili. Il processo di evoluzione finora osservato in natura lavora in modo talmente lento, che per arrivare alla straordinaria biodiversità odierna richiederebbe ragionevolmente un tempo astronomicamente maggiore di 4,5 miliardi di anni. Ovviamente, come dice Dawkins, non è logicamente impossibile, ma è molto comprensibile il fatto che molte persone, scienziati e non, siano un po’ sospettose.

Due. Le inadeguatezze

Se già gli argomenti a favore dell’evoluzione facevano nascere qualche sospetto, le sue inadeguatezze rendono lo scetticismo di molte persone ancor più comprensibile. Non ci dilungheremo nell’argomentarle una ad una, in quanto studiosi molto più competenti l’hanno già fatto, ma ci limiteremo ad elencare le più semplici, sviluppandone alcune in appositi articoli:

  • L’origine della vita per abiogenesi, si veda l’articolo dedicato.
  • La cosiddetta complessità irriducibile, argomento formulato da Michael Behe.10
  • La presenza negli esseri umani di caratteristiche fondamentali non compatibili con l’adattamento e la sopravvivenza, si veda l’articolo dedicato.
  • L’incompatibilità tra evoluzione darwiniana e naturalismo, l’argomento di Alvin Plantinga che gli è valso il premio Templeton.11

È importante far notare che, nonostante siano stati fatti dei tentativi (almeno per i primi due), ancora non siano state proposte delle risposte soddisfacenti a tali argomenti, e molto probabilmente non accadrà mai. Quindi è evidente che la posizione degli anti-evoluzionisti non sia così irragionevole, ma anzi ci sono numerose ottime evidenze che tale meccanismo sia insufficiente ed inadeguato a spiegare la straordinaria biodiversità che osserviamo oggi sulla terra.

Incompatibilità tra evoluzionismo e cristianesimo

Prima abbiamo accennato al fatto che nonostante ci siano molti cristiani che accettino l’evoluzione darwiniana, essa sarebbe in realtà in contrasto con il racconto biblico. Se si legge la Bibbia privi di presupposti e pregiudizi causati dalle dichiarazioni degli scienziati moderni, si arriva all’inevitabile conclusione che gli esseri umani, come gli altri animali, siano stati creati da Dio de novo, ossia tramite una creazione speciale, non con un meccanismo evolutivo. L’unico motivo che può portare un cristiano ad accettare questa compatibilità è extrabiblico, ovvero la convinzione che gli scienziati moderni siano corretti a proposito dell’evoluzione.

In questo articolo, invece, abbiamo mostrato che le evidenze non siano in contrasto con il racconto biblico. Dunque il cristiano può essere intellettualmente soddisfatto accettando che Dio creò ogni animale “secondo la propria specie”, perché è in effetti quello che osserviamo in natura, cioè che gli animali si evolvono e specializzano internamente alla propria specie. Qualsiasi altra interpretazione della Genesi sembra essere un tentativo di “cercare forme nelle nuvole”, cioè volerci vedere qualcosa per forza anche se non c’è; e questo causerebbe non pochi problemi all’interpretazione anche degli altri passaggi biblici.

Conclusione

In primo luogo abbiamo visto che molte persone, anche in ambito accademico, hanno dubbi sulla plausibilità dell’evoluzione darwiniana. Abbiamo poi argomentato che questo fatto sia dovuto principalmente alla debolezza degli argomenti presentati dagli evoluzionisti, come Richard Dawkins, ed alle evidenti inadeguatezze di tale meccanismo, popolarizzate da noti studiosi come Michael Behe ed Alvin Plantinga.

Abbiamo inoltre fatto notare come i presupposti filosofici siano determinanti nelle posizioni assunte dagli scienziati, e che i più oggettivi e affidabili nell’analizzare le evidenze siano proprio i credenti, in quanto gli atei sono vincolati dalla loro visione del mondo.

Il primo scopo di questo articolo non era tanto quello di convincere dell’inadeguatezza dell’evoluzione darwiniana, ma, molto più modestamente, quello di mostrare che sia ragionevole anche esserne scettici. Una volta analizzate le evidenze però, sia a favore che contro, ci possiamo anche sbilanciare dicendo non solo che sia ragionevole ritenere l’evoluzione inadeguata, ma che la spiegazione migliore della presenza di Homo sapiens e di tutta questa straordinaria biodiversità sia l’azione diretta di Dio.

È fondamentale inoltre capire che questa non è una spiegazione da Dio delle lacune (God of the gaps), in quanto se andiamo ad analizzare ognuna delle quattro inadeguatezze presentate in questo articolo, esse richiedono necessariamente un Designer e Creatore intelligente. Considerando anche che abbiamo ottime evidenze indipendenti dell’esistenza di Dio12, essa non è neanche una spiegazione ad hoc; ovvero l’esistenza di Dio non viene postulata appositamente per questa occasione.

In conclusione, un cristiano può affermare con sicurezza che il racconto biblico non sia soltanto plausibile, ma che sia la miglior spiegazione della realtà, per come la conosciamo attualmente. Al contrario, vogliamo incoraggiare gli atei a non rigettare l’esistenza di Dio a motivo dell’evoluzione darwiniana, ma a riconoscere l’adeguatezza della posizione dei credenti, in quanto non in contrasto con la scienza moderna, ma fedele alle evidenze.

 

 

 

 

 

1 Alvin Plantinga, Where the conflict really lies. Science, religion and naturalism, p. 24

2 Alvin Plantinga, Where the conflict really lies. Science, religion and naturalism, p. 52-53

3 Richard Dawkins, The Blind Watchmaker, pp.78-79

4 John D. Barrow e Frank J. Tipler, Il principio antropico, pp. 555-561

5 John D. Barrow e Frank J. Tipler, Il principio antropico, pp. 560-561

6 John D. Barrow e Frank J. Tipler, Il principio antropico, p. 140

7 Charles Darwin, L’origine della specie, pp. 369,532

8 Alvin Plantinga, Where the conflict really lies. Science, religion and naturalism, p. 25

9 David M. Raup, Conflicts between Darwin and Paleontology, Field Museum of Natural History Bulletin Jan. 1979, Vol. 50 No. 1 pp. 22-29

10 Michael Behe, La scatola nera di Darwin. La sfida biochimica all’evoluzione

11 Alvin Plantinga, Where the conflict really lies. Science, religion and naturalism

12 Vedi articoli nella sezione Esistenza di Dio