Esponendo il vangelo da un punto di vista prevalentemente giuridico, nel capitolo 2 Paolo inizia ad illustrare il rapporto tra responsabilità dell’uomo e giusto giudizio di Dio.

Ogni uomo è a conoscenza di una legge morale scritta nel proprio cuore, che però viene soffocata con l’ingiustizia e la menzogna, insieme all’evidenza della manifestazione di Dio nella creazione. Invece di cercare Dio e ravvedersi, l’uomo disprezza la Sua pazienza abbandonandosi al peccato, sfruttando il fatto che il giudizio non è sempre immediato. In questo modo si accumula un tesoro d’ira, poiché anche la grande pazienza di Dio ha un limite.

Viene sottolineato il fatto che la legge sulla quale si basa il giudizio deve essere conosciuta, ma non basta, perché essa potrebbe essere opinabile. Dio allora giudica in base a quella che l’uomo pretende che sia rispettata dagli altri uomini, in modo che «nel giudicare gli altri condanni se stesso» (2:1).

A questo punto la legge non è soltanto conosciuta dall’imputato, ma è anche condivisa, visto che viene usata da lui stesso verso il prossimo. La posizione degli uomini diventa quindi indifendibile, poiché infrangono volontariamente ciò che loro stessi ritengono e sentono essere giusto, infatti «la loro coscienza ne rende testimonianza e i loro pensieri si accusano o anche si scusano a vicenda» (2:15).

Questi principi non sono novità introdotte da Paolo, visto che Dio ha sempre giudicato, fin da Genesi 3, nonostante non ci fosse ancora una legge formale scritta. Per fare un esempio, Caino sapeva benissimo che uccidere fosse un peccato, nonostante non ci fosse ancora il precetto scritto “Non uccidere”.

Nei giudizi di Dio alle nazioni dati per mezzo dei profeti, infatti, Egli giudica con criteri oggettivi e oggettivamente condivisi: il Suo popolo per aver disprezzato la Sua parola e le nazioni per aver infranto la legge morale oggettiva scritta nei loro cuori. Ad esempio in Amos 1:13 Javè giudica così Ammon: «Per tre misfatti dei figli di Ammon, anzi per quattro, io non revocherò la mia sentenza, perché hanno sventrato le donne incinte di Galaad per allargare i loro confini». Mentre contro il suo popolo dice in 2:4: «Per tre misfatti di Giuda, anzi per quattro, io non revocherò la mia sentenza, perché hanno disprezzato la legge di Javè». Dunque se conosciamo la legge formale, la parola di Dio scritta, siamo imputati per averla infranta. Se invece non la conosciamo, abbiamo comunque una legge morale oggettiva (sostanziale) scritta nel nostro cuore, che avendo infranto volontariamente, ci condanna lo stesso.

Davanti a Dio non ci sono favoritismi, «perché non quelli che ascoltano la legge sono giusti davanti a Dio, ma quelli che l’osservano» (2:13). Come gli Ebrei non erano giusti soltanto perché ascoltavano la legge, così adesso i cristiani non sono giusti davanti a Dio soltanto perché si dichiarano cristiani.

In conclusione, «o uomo, chiunque tu sia», Giudeo o Greco, che conosca la parola di Dio scritta o no, che conosca solo la legge sostanziale o anche quella formale, «sei inescusabile» (2:1).