«Io sono debitore verso i Greci come verso i barbari, verso i sapienti come verso gli ignoranti» (1:14) Se un insegnamento non è comprensibile anche dai pescatori della Galilea, allora non viene da Dio. Paolo, pur essendo molto colto, sentendosi debitore anche verso gli ignoranti, si esprimeva evidentemente con un linguaggio comprensibile a tutti.

«Così, per quanto dipende da me, sono pronto ad annunciare il vangelo anche a voi che siete a Roma» (1:15). Non essendo riuscito ad arrivare presto a Roma, Paolo decide di esporre il Vangelo in forma scritta e sistematica, nell’attesa di farlo di persona. Questo rappresenta una grande benedizione per noi: un’esposizione accademica del Vangelo non occasionale e non influenzata dai bisogni contingenti dei destinatari è unica nel Nuovo Testamento.

«Infatti non mi vergogno del vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede; del Giudeo prima e poi del Greco» (1:16). Come abbiamo visto, questa è una sintesi dell’argomento centrale che verrà espresso nei primi otto capitoli, ovvero la salvezza mediante la fede. Anche a Roma, Paolo volle incontrare prima i Giudei (Atti 28:17), in continuità con la modalità di evangelizzazione che vediamo in tutto il libro degli Atti, cioè cominciando dalle sinagoghe. Sottolineando questo ordine logico, Paolo anticipa ciò che argomenterà nei capitoli successivi, cioè che ha bisogno della salvezza mediante la fede sia chi conosce la legge (i Giudei) che chi non la conosce (i Greci, o Gentili).

«Poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com’è scritto: “Il giusto per fede vivrà”» (1:17). Qui Paolo inizia a supportare le sue argomentazioni con l’Antico Testamento, cosa che farà in tutta la Lettera. È importante capire che “Il giusto per fede vivrà” non era riferito a centinaia di anni più tardi, ma al tempo dell’Antico Testamento stesso, come Paolo dimostrerà più avanti con gli esempi di Abraamo e Davide (capitolo 4).

«L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l’ingiustizia; poiché quel che si può conoscere di Dio è manifesto in loro, avendolo Dio manifestato loro; infatti le sue qualità invisibili, la sua eterna potenza e divinità, si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo essendo percepite per mezzo delle opere sue; perciò essi sono inescusabili» (1:18-20) Conclusa l’introduzione, al versetto 18 inizia l’esposizione del Vangelo. Paolo inizia con il sottolineare la condizione di peccato dell’uomo, evidenziando il bisogno di salvezza e poi passa a presentare la buona notizia. Poiché non ci può essere una buona notizia se non ce n’è prima una cattiva. Tuttavia, venire a conoscenza che siamo separati da Dio a causa del peccato, ci permette di sapere che dobbiamo rivolgerci a Dio per risolvere la situazione. Sapere che ci troviamo in questa condizione di malessere e sofferenza a causa dell’ira di Dio, ci dà speranza, poiché vuol dire che Dio può anche risolverla. Per fare un’analogia, il fatto che era stato Javè a mandare Nabucodonosor a distruggere il Tempio, dava la certezza che Javè avrebbe potuto riscattare Israele; se invece Gerusalemme fosse stata distrutta perché Nabucodonosor era più forte di Javè, allora non ci sarebbe stata alcuna speranza. La prima rivelazione generale, mediante la quale possiamo conoscere le qualità di Dio è la creazione. Essa, insieme alla coscienza di cui Paolo parlerà nel capitolo 2, rappresenta una dimostrazione sufficiente perché tutti giungano alla conoscenza di Dio e alla consapevolezza della propria condizione di peccato.

«Perciò Dio li ha abbandonati a passioni infami […] ricevendo in loro stessi la meritata ricompensa del proprio traviamento» (1:26-27). È vero che il giudizio di Dio non si conclude in questo mondo, ma il destino eterno diventa molto più credibile se già da questa vita iniziamo a vederne gli anticipi. Sia nel bene che nel male, ci sono sempre delle conseguenze immediate delle nostre scelte. Molte volte Dio dà dei segni di giudizio fin da subito, come la morte di Erode, punito da Dio per aver ucciso Giacomo (Atti 12). La giustizia e la sovranità di Dio vengono in parte manifestate già da subito.

«Essi, pur conoscendo che secondo i decreti di Dio quelli che fanno tali cose sono degni di morte, non soltanto le fanno, ma anche approvano chi le commette» (1:32). Una conferma che anche i non credenti conoscano i decreti di Dio degni di morte ce l’abbiamo dal fatto che riconoscono perfettamente le incoerenze e le ipocrisie del comportamento dei credenti. In conclusione, il peccato potrebbe essere universalmente definito come fare ciò che sappiamo essere sbagliato.