Ripercorrendo i primi cinque capitoli, sembra sempre più chiaro che indicare la salvezza “per grazia mediante la fede” come tema centrale dell’epistola sia riduttivo, in quanto essa viene collegata alla conseguente “certezza della salvezza”. L’apostolo fa la famosa sintesi dell’essenza del Vangelo nei versetti 23-24 del capitolo tre, annunciando la giustificazione gratuita con un «indipendentemente dalla legge» (3:21). Nel capitolo quattro, gli esempi di peccatori giustificati attraverso la fede sono Abraamo e Davide, i quali non sono certo “scaduti dalla grazia”. Quando Abraamo fu chiamato da Javè, la sua elezione non fu dipendente dal suo comportamento, che sappiamo non essere stato impeccabile. Dio gli disse: «Io farò di te una grande nazione […] e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12:2-3), senza certamente aggiungere «se persevererai fino alla fine». La salvezza di Abraamo e Davide è quindi un perfetto esempio di adozione. Infine, nel capitolo cinque, l’apostolo argomenta che la giustificazione, come la condanna, dipende esclusivamente dal nostro legame con Gesù, concludendo che «dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata» (5:20). Per non incorrere in fraintendimenti, dunque, la salvezza per “grazia mediante la fede” esposta da Paolo può essere espressa come salvezza “per adozione”, ossia cristocentrica, indipendente dal comportamento di chi la riceve.

Il capitolo cinque si chiude con una forte affermazione: «Dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata» (5:20). Poi Paolo risponde ad un’obiezione scontata: «Che diremo dunque? Rimarremo forse nel peccato affinché la grazia abbondi?» (6:1). Se fosse possibile perdere la salvezza, sarebbe qui che Paolo avrebbe menzionato questa possibilità, poiché avrebbe potuto rispondere «No di certo! Altrimenti a forza di peccare si potrebbe perdere la salvezza!». Invece l’apostolo parla di incoerenza, piuttosto che di squalifica.

Infatti argomenta: «O ignorate forse che tutti noi, che siamo stati battezzati nel Messia Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Siamo dunque stati sepolti con lui mediante il battesimo nella sua morte, affinché, come il Messia è stato risuscitato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in novità di vita» (6:3-4). Chi ha scelto di seguire Gesù, dovrebbe aver deciso di seppellire la vecchia vita per iniziarne una nuova con lui, e quindi se persiste nel peccare cade in contraddizione con la sua scelta.

«Così anche voi fate conto di essere morti al peccato, ma viventi a Dio, nel Messia Gesù» (6:11). Chi ha accettato l’adozione, ha iniziato un percorso di educazione e santificazione che per crescere ha bisogno di tempo, ma ha il risultato già assicurato. Se ci sono dei peccati a cui siamo particolarmente affezionati, dobbiamo fare conto che Dio ce ne libererà. La vita del credente è vista in tutto il Nuovo Testamento non come un cambiamento istantaneo che la fa diventare perfetta e senza peccati, ma come un percorso di santificazione per assomigliare sempre di più a Gesù.

«Infatti il peccato non avrà più potere su di voi; perché non siete sotto la legge ma sotto la grazia.» (6:14). Paradossalmente, i credenti sono spinti ad evitare il peccato più per amore di Dio, che per paura. Una volta ricevuta e compresa la grazia di Dio, viene naturale evitare tutto ciò che può dispiacergli, poiché ad un vero credente piace stare in sintonia con Dio, gli piace diventare sempre più simile a lui. Quindi la minaccia di scadere dalla grazia è molto meno efficace, in quanto un rapporto basato sul terrore non produce un desiderio di santificazione, ma più facilmente di ribellione e disubbidienza. Per fare un’analogia, spesso il vero motivo che spinge uno studente a studiare non è la manaccia del professore, ma la possibilità di fare una brutta figura con un insegnante che si stima, con il quale c’è comunicazione e si vuole perciò mantenere un buon rapporto. La motivazione generata dall’amore è molto più forte di quella del terrore.

«Poiché quando eravate schiavi del peccato, eravate liberi riguardo alla giustizia. Quale frutto dunque avevate allora? Di queste cose ora vi vergognate, poiché la loro fine è la morte. Ma ora, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, avete per frutto la vostra santificazione e per fine la vita eterna; perché il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna nel Messia Gesù, nostro Signore» (6:20-23). Non siamo passati da essere liberi ad essere schiavi di Gesù, ma da essere schiavi del peccato ad esserlo di Gesù. Soltanto che il peccato produce la morte, mentre Gesù dona la vita. Paolo si sta rivolgendo a credenti che avevano già fatto un vero percorso di conversione, in quanto ritiene scontato che si vergognino dei propri peccati e considerano la santificazione come qualcosa di desiderabile in sé, più che un dovere o un mezzo per ottenere benefici. Per chi era schiavo del peccato e, per liberarsene, ha scelto di diventare schiavo di Gesù, non ha più senso desiderare di rimanere nel peccato.

In conclusione, la mentalità di rimanere nel peccato affinché la grazia abbondi (6:1,15) è tipica di chi non ha avuto una vera conversione.