«Poiché parlo a persone che hanno conoscenza della legge» (7:1). È importante ribadire che per comprendere bene la Lettera ai Romani è necessaria la conoscenza dell’Antico Testamento, come scritto anche in 15:4, «Poiché tutto ciò che fu scritto nel passato, fu scritto per nostra istruzione».

«Infatti, mentre eravamo nella carne, le passioni peccaminose, risvegliate dalla legge, agivano nelle nostre membra allo scopo di portare frutto per la morte; ma ora siamo stati sciolti dai legami della legge, essendo morti a quella che ci teneva soggetti, per servire nel nuovo regime dello Spirito e non in quello vecchio della lettera» (7:5-6). Come al solito, Paolo fa una sintesi di ciò che argomenterà più ampiamente dopo, riassumendo il senso di tutto il discorso in un paio di versetti. Già si comprende la distinzione tra due momenti diversi, quello passato dell’uomo non rigenerato e quello successivo alla nuova nascita, in cui si vive un nuovo regime. Mentre si legge il brano seguente, come vedremo, è necessario tenere bene a mente questi due versetti riassuntivi, in modo da non rischiare di confondere le due diverse fasi della vita del peccatore.

«Che cosa diremo dunque? La legge è peccato? No di certo!» (7:7). Al versetto 5 Paolo sembra parlar male della legge, dicendo che essa risveglia il peccato, quindi qui vuole rispondere subito ad un’obiezione scontata, poiché per un Ebreo la legge data da Dio in persona non può essere negativa. Per prima cosa, la legge riesce alla perfezione a mettere in risalto il peccato, svolgendo già una prima funzione positiva. Visto che Dio ha espresso esplicitamente delle leggi per scritto, violarle significa compiere un atto ancor più grave del normale. Per fare un esempio, anche chi non conosce la legge sa che commettere adulterio non è una cosa buona, poiché lo sente nella propria coscienza, come visto nei primi due capitoli dell’epistola. Ma una volta che si viene a conoscenza anche che Dio ha comandato nella legge di non commettere adulterio, allora compierlo significherebbe peccare ancor più gravemente.

In secondo luogo, non è la legge ad essere cattiva, ma la nostra corruzione che porta al peccato. Similmente, non è malvagio il comandamento «Non concupire», ma la nostra natura che produce in noi la concupiscenza. In questo modo «il comandamento che avrebbe dovuto darmi vita, risultò che mi condannava a morte» (v. 11). «Così la legge è santa, e il comandamento è santo, giusto e buono. Ciò che è buono, diventò dunque per me morte? No di certo! È invece il peccato che mi è diventato morte» (vv.12-13).

«Sappiamo infatti che la legge è spirituale; ma io sono carnale, venduto schiavo al peccato […] Infatti il bene che voglio, non lo faccio; ma il male che non voglio, quello faccio. […] Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?» (vv. 14,19,24). È fondamentale sottolineare che non possiamo leggere questo brano del capitolo 7 dimenticandoci del capitolo 6 e ignorando il capitolo 8. Nel sesto capitolo, Paolo ha dimostrato che i credenti non persistono nel peccare, essendo morti al peccato e avendo iniziato una nuova vita. Nell’ottavo dà le risposte alle domande che pone nel settimo, quindi se non leggiamo la soluzione che l’apostolo stesso dà ai problemi posti in questo brano, rischiamo di fraintendere e di dare una nostra risposta, quindi sbagliata.

Sembra evidente che Paolo non stia parlando della sua situazione attuale, in quanto in apertura aveva già anticipato che nella carne si trovava nel passato (v. 5), e che invece ora è stato sciolto dai legami della legge per servire nel nuovo regime dello Spirito (v. 6); ossia la condizione di schiavitù era precedente alla conversione.

La risposta alla domanda “Chi mi libererà?” viene data tre versetti immediatamente dopo: «Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono nel Messia Gesù, perché la legge dello Spirito della vita nel Messia Gesù mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte» (8:1-2). Ovviamente la dinamica di lotta descritta precedentemente tra peccato e desiderio di santità è presente nella vita di tutti gli uomini, compresa quella dei credenti. Il credente rigenerato però, non è sopraffatto dal peccato, ma anzi ha iniziato un percorso di santificazione che lo porterà inevitabilmente ad assomigliare sempre di più a Gesù, come Paolo ha ampiamente argomentato nel capitolo 6. È l’uomo decaduto quello prigioniero della legge del peccato (7:23), non certo il credente, in quanto è già stato liberato dal Messia Gesù. Ma il fatto che parte di questa lotta rimanga ancora in lui, che parte della vecchia natura sia rimasta e che il credente sia ancora pieno di debolezze non influisce in alcun modo sulla sua salvezza, poiché «non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono nel Messia Gesù». Come dimostrato in tutta la Lettera, Paolo ancora una volta sottolinea che l’adozione per mezzo di Gesù rimane indipendente dal comportamento di chi la riceve.

«Affinché il comandamento della legge fosse adempiuto in noi, che camminiamo non secondo la carne, ma secondo lo Spirito» (8:4). Insieme al perdono in Gesù ci viene donato anche uno Spirito nuovo, lo Spirito Santo, che produce in noi una novità di vita. Come abbiamo già sottolineato altre volte, al momento della conversione inizia un cammino, non una trasformazione istantanea che ci rende santi e perfetti, ma un percorso che durerà tutta la vita, da “bambini spirituali” alla statura perfetta di Gesù, raggiunta con la risurrezione finale. Quindi la nuova vita si inizia a sperimentare già dal momento della rigenerazione, sicuramente con delle inadeguatezze e imperfezioni, ma con altrettante vittorie e benefici di una santità crescente.

«Infatti quelli che sono secondo la carne, pensano alle cose della carne; invece quelli che sono secondo lo Spirito, pensano alle cose dello Spirito. Ma ciò che brama la carne è morte, mentre ciò che brama lo Spirito è vita e pace» (8:5-6). Il testo parla di due categorie distinte, quelli che non sono nati di nuovo, i quali sono nella carne, e quelli rigenerati dallo Spirito di Dio, che camminano secondo Spirito, in quanto quest’ultimo fa capire ai peccatori che i loro peccati producono la morte, portandoli a desiderare la vita in Gesù.

«Voi però non siete nella carne ma nello Spirito, SE lo Spirito di Dio abita veramente in voi. SE qualcuno non ha lo Spirito del Messia, egli non appartiene a lui. Ma SE il Messia è in voi, nonostante il corpo sia morto a causa del peccato, lo Spirito dà vita a causa della giustificazione» (8:9-10). Al momento della conversione, cioè della giustificazione, lo Spirito di Dio vivifica subito il peccatore, il quale inizierà necessariamente un cammino di santificazione. Quindi i credenti non sono più nella carne, poiché, al contrario, «quelli che sono nella carne non possono piacere a Dio» (v. 8). Se un maestro viene a soggiornare qualche giorno a casa mia è un conto, ma se ci viene ad abitare le cose cambiano; non lo fa certamente per essere confinato nel ripostiglio, ma per condividere l’intera vita quotidiana, dandomi un insegnamento e una correzione sistematica. Similmente, l’apostolo parla più e più volte di abitazione dello Spirito di Dio in noi, indicando una sua azione efficace che evidentemente sarà a lungo termine e che non può certo essere soltanto una parentesi.

«Se vivete secondo la carne voi morrete; ma se mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, voi vivrete; infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio» (8:13-14). Non si può quindi prendere il brano di Romani 7 per giustificare la situazione di un credente che sguazza nel peccato, o una lotta tra carne e Spirito in cui il credente viene sopraffatto miseramente. Al contrario, l’uomo rigenerato vive sì una lotta, ma riesce a superarla per la potenza dello Spirito che abita in lui. Secondo la definizione del verso 14, lo Spirito Santo non solo va ad abitare nel credente, vivificandolo e liberandolo dalla schiavitù del peccato, ma prende possesso della sua vita (almeno in parte, comunque in modo crescente), assumendone la guida.

«E voi non avete ricevuto uno spirito di servitù per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione, mediante il quale gridiamo: «Abbà! Padre!» Lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio. SE siamo figli, siamo anche eredi; eredi di Dio e coeredi del Messia» (8:15-17). Un credente non dovrebbe quindi rimanere nel terrore di perdere la salvezza a causa di un peccato, poiché SE è stato davvero adottato come figlio di Dio, SE veramente lo Spirito Santo è venuto ad abitare in lui, allora ha già il finale assicurato, essendo anche erede di Dio e coerede del Messia.

«Se veramente soffriamo con lui, per essere anche glorificati con lui» (8:17). Anticipando quello che vorrà dire dopo, Paolo accenna al problema della sofferenza (8:18-27) e alla glorificazione dei figli di Dio (8:28-30).

In conclusione, il peccato non potrà mai avere la forza di compromettere l’adozione di Dio, in quanto insieme al perdono dei peccati, al momento della conversione, ci viene donato anche lo Spirito Santo, che produrrà in noi una novità di vita e di comportamento, portandoci al traguardo con la sua potenza.

Se dunque una persona si dice credente, ma invece di essere in un cammino si trova piuttosto a girare intorno a una rotatoria da tanti anni, non crescendo nella fede e nella santità, ciò significa che l’opera dello Spirito non c’è, ma che è presente soltanto l’inutile sforzo umano.

 

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