«Se Dio non esiste, l’uomo e l’universo sono condannati. Come prigionieri condannati a morte, aspettiamo la nostra inevitabile condanna». William Lane Craig.1

Da millenni l’umanità lotta con questi problemi esistenziali: qual è il senso della vita? L’umanità ha uno scopo? E la mia vita? Tutti i più grandi pensatori della storia che hanno investigato e scritto intorno alle questioni esistenziali sono giunti alla stessa conclusione. Lev Tolstoj, Blaise Pascal, Soren Kierkegaard, Friedrich Nietzsche, Bertrand Russell, Fedor Dostoevskij, per citarne alcuni, sono arrivati tutti alla conclusione che se non c’è Dio, la vita è assurda.

Assurdità della vita

Oggi sappiamo che gli esseri umani non esistono da sempre, ma come l’universo stesso, c’è stato un momento nella storia passata in cui non esistevano. Supponiamo per un momento che il Big Bang non sia mai avvenuto, e che l’umanità non si sia mai evoluta, che differenza farebbe? Nessuna. E le nostre vite specifiche invece, che differenza fanno? Nasciamo, cresciamo, studiamo, andiamo a lavorare, magari per farci una famiglia, per mantenere un figlio, che a sua volta dovrà nascere, crescere, studiare, andare a lavorare, magari per mantenere suo figlio, il quale a sua volta dovrà nascere, crescere, studiare e lavorare per poter mantenere suo figlio, e così via. Sui social media ho visto una vignetta che illustra questo concetto alla perfezione, dice così: «Quando sei in macchina e ti rendi conto che stai andando a lavorare per pagarti la macchina per andare a lavorare!» Qual è il senso di tutto questo? Riuscite a vedere l’assurdità? Tolstoj riflette:

Ancor prima di occuparmi della mia proprietà di Samara o dell’educazione dei miei figli o della mia attività letteraria, bisognava pur sapere perché me ne sarei dovuto occupare. […] Non potevo più attribuire un senso ragionevole a nessun atto della mia vita. […] Un giorno o l’altro giungerà la malattia o la morte (e del resto era già accaduto) a colpire le persone che amo o me stesso, e di noi non rimarranno altro che i vermi e il fetore. Le mie azioni prima o poi verranno tutte dimenticate, e io non ci sarò più. E allora perché affannarsi tanto? È stupefacente che un uomo possa vivere e non vedere tutto questo! […] Da tempo immemorabile si narra l’antica fiaba orientale del viaggiatore sorpreso nel deserto da una belva inferocita; per salvarsi dalla belva il viaggiatore si precipita verso un pozzo asciutto, ma sul suo fondo scorge un drago che spalanca le fauci per divorarlo. Lo sventurato, non potendo restar lì per non esser sbranato dalla belva e non potendo lasciarsi cadere nel pozzo per non venir divorato dal drago, si aggrappa ai rami di un cespuglio selvatico che è cresciuto in una fenditura del pozzo, e si sorregge ad essi. Ma sente che la presa gli manca e capisce che ben presto cadrà preda della morte che lo minaccia da ogni parte; tuttavia continua ostinatamente a restare aggrappato a quei rami, e all’improvviso vede sbucare due topi, uno bianco e l’altro nero, che incominciano a rodere il fusto del cespuglio, che da un momento all’altro cederà, ed egli precipiterà nelle fauci del drago. Il viaggiatore vede tutto questo e capisce che la sua fine è inevitabile, ma guardandosi attorno, rimanendo sempre aggrappato, vede delle gocce di miele sulle foglie del cespuglio, riesce a raggiungerle con la lingua e le lecca. E così anch’io mi sorreggevo ai rami della vita, sapendo che il drago della morte mi attendeva inesorabile, pronto a sbranarmi, e non riuscivo a capire perché dovessi subire un tale supplizio. […] Vedevo soltanto il drago implacabile e i topi, e non potevo distogliere lo sguardo da essi. […] Le due gocce di miele che più a lungo delle altre mi avevano fatto distogliere lo sguardo dalla crudele verità – ossia l’amore per la mia famiglia e l’amore per lo scrivere, che io chiamavo arte – non avevano più nessuna dolcezza per me. “La mia famiglia…” mi dicevo, “ma la mia famiglia sono la moglie e i figli; sono anch’essi esseri umani, e anch’essi si trovano nelle mie condizioni; anch’essi devono vivere nella menzogna o rassegnarsi a guardare in faccia la terribile verità. Perché dovrebbero vivere? E perché io dovrei amarli, allevarli, proteggerli, tutelarli? Per far provar loro la stessa disperazione che è in me o per farne degli sciocchi?” 2

A rafforzare l’analogia dell’esploratore raccontata da Tolstoj, gli scienziati contemporanei ci dicono che anche l’universo è destinato a morire. Essendo in espansione, dato abbastanza tempo, tutta la sua energia si propagherà in modo da ricercare uno stato di equilibrio, arrivando inevitabilmente alla cosiddetta “morte termica”. Le stelle si spegneranno, non avendo più combustibile da bruciare, e tutte le forme di vita moriranno. Il destino dell’universo è buio, freddo e morto, dove non sarà più possibile la sopravvivenza di alcuna forma di vita. La razza umana è dunque condannata a morte.

Ma anche andando ad analizzare questa breve esistenza dell’umanità, la situazione non risulta molto incoraggiante. Se l’ateismo è vero, l’uomo è soltanto un ammasso di cellule, un particolare aggregato di particelle elementari aggregatesi per puro caso. Gli esseri umani sono soltanto una delle tante specie animali che lottano per la sopravvivenza in un minuscolo pianeta di un piccolo sistema solare di una delle tante miliardi di galassie. Ma sopravvivere per quale scopo, in fin dei conti? Secondo Richard Dawkins, uno dei quattro cavalieri del nuovo ateismo, se non c’è Dio, «Non c’è in fondo nessun design, nessuno scopo, nessun male, nessun bene, nient’altro che inutile indifferenza… Siamo macchine per propagare il DNA… È l’unica ragione di esistenza di ogni oggetto vivente. Il DNA non si preoccupa. Il DNA semplicemente è. E noi balliamo alla sua musica».3 Se l’ateismo è vero, allora l’umanità non solo non ha alcuno scopo ultimo, ma non ha neanche un valore particolare.

Dovunque ci giriamo c’è morte. Se non c’è Dio, il destino dell’umanità è freddo, buio e morto, senza alcuno scopo, senza alcun valore.

Il fallimento dell’ateismo e il successo del cristianesimo

Quale soluzione offre l’ateismo? Friedrich Nietzsche, dopo aver decretato la morte di Dio con la sua famosa frase «Dio è morto… e noi lo abbiamo ucciso», ne sottolinea le inevitabili implicazioni, aggiungendo subito: «Come potremo consolarci noi, gli assassini di tutti gli assassini?».4 Sulla stessa scia, l’altro leggendario filosofo ateo Bertrand Russell, suggerisce di rendersi conto che il mondo è davvero un posto terribile, e che dovremmo costruire le nostre vite sul «solido fondamento di un’incrollabile disperazione».5 Spesso le persone però non pensano alle implicazioni dell’ateismo, lo accolgono quasi per moda, senza riflettere sulle sue conseguenze più profonde. Per dirla alla Friedrich Nietzsche,

Se Dio è morto, allora anche l’uomo è morto.

Le persone che ci riflettono invece, in fin dei conti non riescono a vivere una vita decente con il senso di disperazione a cui porta la visione del mondo atea. Le persone non riescono a vivere pensando che la loro vita non abbia alcun valore, significato e scopo. Quindi ciò che fanno è dare alla vita un loro scopo e un loro valore, per renderla sopportabile, a costo di andare in contraddizione con la propria filosofia. Avere uno scopo ed un significato infatti, ha molto senso nella visione del mondo teistica, ma non in quella ateistica! La voglia di vivere una vita significativa è irresistibile per ogni essere umano. Così le persone concentrano la loro attenzione sulle loro carriere lavorative, sul denaro, sulle loro famiglie, sul sesso, sulla “felicità”, o su qualsiasi altra cosa riesca a dare un’apparente senso alle loro vite. Come fa notare Tolstoj, l’unico modo per poter vivere con questa consapevolezza è fare finta di niente, leccare le goccioline di miele e cercare di non girare lo sguardo sui due topi che stanno rosicchiando il ramo a cui siamo aggrappati. Ma prima o poi arriverà un evento che le costringerà a guardare in faccia la realtà, a fissare lo sguardo sui due topi, a rendersi conto che quelle distrazioni non sono il vero scopo della vita. Magari sarà una malattia, una sofferenza, o semplicemente la prospettiva della morte, ma prima o poi quel momento arriverà, proprio come è successo a Tolstoj. «Il miele non poteva più avere nessuna dolcezza per me dopo aver scorto il drago in fondo al pozzo e i topi che rosicchiavano il mio unico appiglio.»6

Al contrario, se Dio esiste, la vita ha anche uno scopo, valore e significato. Se Dio esiste, la vita non è il mero prodotto del caso, ma è il risultato del volere del Creatore e Designer dell’universo. Secondo il teismo classico infatti, l’essere umano è stato creato ad immagine di Dio, ed ha quindi un valore intrinseco inestimabile ed uno scopo ultimo ben definito. Dunque tutti i più grandi moderni pensatori, sia credenti che atei, sono arrivati alla conclusione che la vita dell’umanità può avere uno scopo se e solo se Dio esiste.

Gli stessi Pascal e Tolstoj sono giunti alla fede cristiana a seguito di una profonda crisi esistenziale. Dopo aver provato a soddisfare tale ricerca con altre cose infatti, entrambi hanno trovato la risposta in Dio.

Cos’altro proclama questo desiderio e questa impotenza se non che una volta c’era nell’uomo una vera felicità, di cui ora resta solo l’impronta e la traccia vuota?

Egli cerca invano di riempirlo con tutto ciò che lo circonda, cercando nelle cose che non ci sono l’aiuto che non può trovare in quelle che ci sono, ma niente può aiutare, poiché questo abisso infinito può essere riempito solo con un oggetto infinito e immutabile; in altre parole da Dio stesso.7

Così Pascal argomenta il suo celebre pensiero che «C’è un vuoto a forma di Dio in ogni cuore». Similmente, Tolstoj giunge alla conclusione che «Soltanto nella fede si può trovare il senso della vita e la possibilità di vivere.»8

Dunque abbiamo visto che c’è un problema terribile, terrificante, che incombe sugli esseri umani, i quali ne hanno da sempre cercato disperatamente la soluzione. La conclusione a cui si arriva facilmente, in linea con i più grandi pensatori della storia, è che se Dio non esiste, la vita è assurda, senza alcuno scopo ultimo, senza alcun valore particolare. Se non c’è Dio, l’umanità è condannata a morte, non c’è alcuna speranza, solo angoscia e disperazione. Ma se Dio esiste, allora cambia tutto.

Ovviamente, tutto questo non mostra in alcun modo che Dio esista veramente (per quello ci sono gli argomenti dedicati); l’intento principale, più modesto, di questo articolo è quello di risvegliare gli atei dormienti, che abbracciano l’ateismo senza riflettere sulle sue devastanti implicazioni. Molte persone, forse la maggior parte, trovano inaccettabile dover vivere una vita senza scopo, valore e significato, e quindi fuggono dalle implicazioni pratiche della loro propria filosofia, divenendo però incoerenti.

Secondo il teismo classico invece, in particolare quello giudeo-cristiano, la vita delle persone ha uno scopo ultimo, oltre che un inestimabile valore. Secondo questa visione del mondo, lo scopo della vita non è il benessere, la felicità, la prosperità, i soldi, il sesso, o altre cose che di questo tipo, ma è venire alla conoscenza di Dio. Più precisamente, secondo il cristianesimo, lo scopo di questa vita è venire alla conoscenza di Dio, così da poterlo glorificare e poter godere della sua presenza per l’eternità.

L’unica cosa che può soddisfare la ricerca esistenziale degli uomini non è la felicità, la prosperità, i soldi, il sesso, o altre cose di questo tipo, ma è venire alla conoscenza di Dio, per mezzo di Gesù.

«Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo… e voi troverete riposo alle anime vostre».9 Gesù di Nazareth

1 William Lane Craig, Reasonable Faith, p. 72

2 Lev Tolstoj, La confessione, pp. 24-30

3 Richard Dawkins, qitato in Lewis Wolpert, Six Impossible Things Before Breakfast (London: Faber and Faber, 2006), p. 215

4 Friedrich Nietzsche, The Gay Science, p. 95

5 Bertrand Russell, Why I am not a christian, p.107

6 Lev Tolstoj, La confessione, pp. 31-32

7 Blaise Pascal, Pensees (New York; Penguin Books, 1966), p. 75

8 Lev Tolstoj, La confessione, p. 66

9 Matteo 11:28-29, Nuova Riveduta