«Se siamo figli, siamo anche eredi; eredi di Dio e coeredi del Messia, se veramente soffriamo con lui, per essere anche glorificati con lui» (8:17).

Con questo versetto si conclude l’argomento precedente e si anticipa, come al solito, ciò che verrà argomentato dopo, un po’ come un titolo.

L’apparente contraddizione a cui risponde Paolo è come mai anche i figli di Dio debbano soffrire, dopo aver detto finora che essi appartengono a Dio, ad un Dio buono e che fa loro da padre. L’argomentazione centrale della sua risposta si basa sul risaputo concetto del “già, ma non ancora”, ovvero che «siamo stati salvati in speranza» (v. 24), e che quindi non possiamo ancora vivere pienamente il regno di Dio. Ma in fin dei conti, tirando le somme, Paolo ritiene che «le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria che dev’essere manifestata a nostro riguardo» (v. 18). La consapevolezza di avere questa speranza viva ci dovrebbe aiutare ad affrontare le sofferenze con uno spirito totalmente diverso, basti vedere il grande incoraggiamento che ha ricevuto Paolo stesso dalla visione del terzo cielo (2 Cor 12:1-10) e dalle visite di Gesù risorto, ad esempio quando lo incoraggiò ad evangelizzare a Corinto senza avere paura della persecuzione (Atti 18:9-11).

È fondamentale sottolineare anche che la risposta al problema della sofferenza dell’apostolo non si fonda esclusivamente sulla speranza futura, ma anche sul fatto che già ora «abbiamo le primizie dello Spirito» (v. 23), che ci danno un assaggio della vittoria finale. La primizia non è la raccolta stessa, ma la garanzia che essa avverrà, prima o poi. Similmente, altrove lo Spirito Santo viene paragonato a un sigillo (Efe 1:13), o una caparra (2Cor 1:22, 5:5), che ci dà la certezza di avere il finale assicurato. L’aspettativa di una glorificazione finale infatti, è più credibile se possiamo averne degli assaggi già da ora.

Ci sarebbe tanto da dire sul problema della sofferenza, ma ci limiteremo a chiarire la famosa espressione del “già, ma non ancora”, perché se non viene specificato cosa c’è già, che possiamo vivere già ora, e cosa invece non ancora, l’espressione diviene priva di senso. Ciò che possiamo cominciare a sperimentare subito è quello che leggiamo che i credenti vivevano negli Atti degli Apostoli, dove sono state raggiunte grandi cose, ma senza poter godere ancora della pienezza. Negli Atti vediamo Gesù abbattere ogni barriera che tenti di ostacolare la diffusione del Vangelo, ma anche credenti perseguitati e uccisi. Pietro venne liberato dal carcere, mentre Giacomo fu ucciso di spada, dopo essere stati entrambi catturati da Erode Agrippa. Leggiamo di guarigioni miracolose, ma anche di malattie croniche (1Tim 5:23) e di altri casi di malati rimasti tali (2Tim 4:20). Insomma non dobbiamo cadere nell’illusione di poter avere tutto subito e nemmeno nel pessimismo di non poter appropriarci di ciò che Dio sarebbe disposto a darci.

 

«Poiché la creazione aspetta con impazienza la manifestazione dei figli di Dio; perché la creazione è stata sottoposta alla vanità, non di sua propria volontà, ma a motivo di colui che ve l’ha sottoposta, nella speranza che anche la creazione stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio. Sappiamo infatti che fino a ora tutta la creazione geme ed è in travaglio; non solo essa, ma anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro di noi, aspettando l’adozione, la redenzione del nostro corpo» (8:19-23).

Il peccato dell’uomo è la causa della decadenza di tutta la creazione, non solo di quella degli esseri umani. In Romani 5 erano i discendenti di Adamo ad essere stati corrotti non di loro propria volontà, ma a causa della caduta del loro capostipite e dall’entrata del peccato nel mondo. Parallelamente, qui Paolo argomenta che anche alla natura è toccata la stessa sorte, esprimendo un concetto già ben presente nell’Antico Testamento. In Geremia 12:4 leggiamo: «Fino a quando sarà afflitto il paese e si seccherà l’erba di tutta la campagna? Per la malvagità degli abitanti le bestie e gli uccelli sono sterminati». A causa della malvagità degli uomini, a causa cioè dei loro peccati, la campagna era afflitta, l’erba si seccava e gli animali venivano sterminati. Basti vedere che prima del peccato la creazione non gemevaera in travaglio, e sia l’uomo che gli animali erano vegetariani, vivendo in un contesto ideale, dove non si doveva uccidere per mangiare. In Genesi 1:29-31 infatti si legge che «Dio disse: “Ecco, io vi do ogni erba che fa seme sulla superficie di tutta la terra, e ogni albero fruttifero che fa seme; questo vi servirà di nutrimento. A ogni animale della terra, a ogni uccello del cielo e a tutto ciò che si muove sulla terra e ha in sé un soffio di vita, io do ogni erba verde per nutrimento”. E così fu. Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono». È stato il peccato poi che ha corrotto tutto, sia gli esseri umani che la natura stessa. Quindi altre interpretazioni che vedrebbero la morte e la sofferenza già presenti prima del peccato di Adamo, non sono biblicamente giustificabili.

È fondamentale notare che la creazione non aspetta la distruzione, ma la redenzione. Nel famoso Giovanni 3:16, si legge che Dio ha tanto amato il mondo, che lo distruggerà? No di certo! Gesù stesso dice di essere venuto a salvare il mondo, non a distruggerlo (Giov 12:47). Allo stesso modo, qui Paolo sta mettendo in relazione la salvezza degli esseri umani, che aspettano la redenzione del corpo, con quella della creazione, che sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio. Poiché solo quando l’uomo sarà completamente redento, sarà completamente redenta anche la creazione e si potrà tornare ad una situazione simile a quella di partenza.

Molti cristiani, però, vedono la Terra come una nave che sta affondando, invitando a prendere la “scialuppa Gesù”, che ci porterà in cielo, lasciando alla deriva la nave su cui ci aveva posti lui stesso. Come se Dio ci avesse creati e posti sulla Terra per poi distruggerla e portarci altrove, attuando una sorta di “piano B”. Assurdo! Molti si basano su 2Pietro 3:10 dove dice che, nel giorno del Signore, «i cieli passeranno stridendo, gli elementi infiammati si dissolveranno, la terra e le opere che sono in essa saranno bruciate». Basta però continuare a leggere, per avere il quadro completo della situazione: «Poiché dunque tutte queste cose devono dissolversi, quali non dovete essere voi, per santità di condotta e per pietà, mentre attendete e affrettate la venuta del giorno di Dio, in cui i cieli infocati si dissolveranno e gli elementi infiammati si scioglieranno! Ma, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e nuova terra, nei quali abiti la giustizia» (2 Pietro 11-13). Quella della creazione non sarà quindi una distruzione, ma una ristrutturazione! Proprio come il nostro corpo sarà restaurato, così anche la natura non sarà distrutta, ma restaurata da un atto creativo di Dio.

 

«Allo stesso modo ancora, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché non sappiamo pregare come si conviene; ma lo Spirito intercede egli stesso per noi con sospiri ineffabili; e colui che esamina i cuori sa quale sia il desiderio dello Spirito, perché egli intercede per i santi secondo il volere di Dio» (vv. 26-27).

Lo Spirito Santo opera in modo da mettere il nostro spirito in sintonia con quello di Dio. Un concetto già espresso in precedenza, ad esempio al v. 16: «Lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio». Lo Spirito non fa qualcosa di separato da noi, pregando al posto nostro, ci viene in aiuto, ma senza sostituirci! Per fare un esempio, nella stesura delle Scritture gli autori non venivano posseduti, ma ispirati dallo Spirito Santo. Il fatto che Paolo fosse ispirato dallo Spirito nello scrivere le sue Lettere, non ha annullato la sua specificità e il suo stile, diverso da quello di Pietro.

Un’altra cosa da sottolineare è che noi preghiamo mediante lo Spirito, per lo Spirito, non allo Spirito. Se noi facessimo una preghiera allo Spirito Santo sarebbe frutto della nostra volontà, non dell’ispirazione dello Spirito. Infatti nella Scrittura non si trovano mai preghiere rivolte allo Spirito Santo, ma mediante lo Spirito Santo (Rom 8:15, 1Corinzi 12:3).

L’aiuto dello Spirito menzionato da Paolo ha ancora più senso se ci rendiamo conto del contesto in cui stava scrivendo, ovvero in mezzo alla persecuzione. L’apostolo coglie quindi l’occasione per incoraggiare i credenti, come leggiamo anche negli Atti, dove esortava i discepoli «a perseverare nella fede, dicendo loro che dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni» (Atti 14:22). In un contesto di persecuzione, il sostegno e l’aiuto dello Spirito Santo sono essenziali, anche nell’ispirare le giuste preghiere. Spesso i credenti perseguitati non chiedono di essere liberati dalla sofferenza, ma che essa dia frutti per Gesù, o altre preghiere umanamente inconcepibili, come la richiesta di Stefano di graziare i suoi assassini mentre lo stavano lapidando (Atti 7:60).

 

In conclusione, dobbiamo ricordarci che siamo stati salvati in speranza, che il regno di Dio non è ancora pienamente manifestato e che quindi dovremo affrontare anche delle sofferenze. Allo stesso tempo, possiamo vivere assaporando in parte quel regno grazie alle primizie dello Spirito, affrontando le difficoltà con il suo aiuto, aspettando la restaurazione finale dei cieli e della terra, consapevoli che «le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria che dev’essere manifestata a nostro riguardo» (v. 18).

 

 

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