«Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno. Perché quelli che ha preconosciuti, li ha pure predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli; e quelli che ha predestinati li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati li ha pure glorificati» (8:28-30).

In questi tre versetti viene riassunto il senso di tutti i primi otto capitoli. È una conclusione che Paolo ribadisce tre volte, prima nei versi 28-30, poi in 31-37, infine in 38-39.

Nei capitoli precedenti Paolo aveva argomentato che la salvezza è indipendente dalla legge (3:21), che Abraamo e Davide sono stati adottati da Dio (4:1-12), che siamo giustificati per mezzo del capostipite a cui ci leghiamo (5:12-21), Adamo o Gesù, che quello con Gesù è un percorso dal risultato assicurato (6:1-23), e che i figli di Dio camminano secondo lo Spirito (da 7:1 a 8:17). Nei versetti 28-30 c’è una sintesi perfetta di tutte queste complesse argomentazioni: quelli che amano Dio, che sono stati adottati da Dio, cioè i figli di Dio (vv. 14 e 6), quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio (v. 14), coloro che sono abitati dallo Spirito Santo (v. 11), sono stati predestinati a essere conformi all’immagine di Gesù Messia, il Figlio di Dio per natura.

Per i figli di Dio, Paolo descrive una catena di eventi che caratterizza il loro rapporto con il Padre: preconosciuti, predestinati, chiamati, giustificati e glorificati. Non c’è spazio per perdite della salvezza o figli ripudiati, quelli che iniziano questo percorso vengono portati al traguardo; la catena è inarrestabile.

Andando per ordine, si nota che la prima tappa è la preconoscenza. Prima della chiamata e della predestinazione, Dio ha già preconosciuto coloro che un giorno diventeranno suoi figli. Molto prima che gli uomini se ne accorgano, Dio ha già constatato come risponderebbero alla sua chiamata, chi ubbidirebbe e chi lo rifiuterebbe, chi lo glorificherebbe e chi bestemmierebbe. La prescienza di Dio è una sua caratteristica fondamentale, che lo distingue dagli idoli e dai falsi dèi, come si legge in Isaia 46:9-10: «Io sono Dio, e non ce n’è alcun altro; sono Dio, e nessuno è simile a me. Io annuncio la fine sin dal principio, molto tempo prima dico le cose non ancora avvenute; io dico: Il mio piano sussisterà, e metterò a effetto tutta la mia volontà». Conoscendo prima il futuro, e tutti i futuri possibili, non è difficile per lui a quel punto mettere in atto un piano, un disegno, e portarlo a compimento. Nonostante a qualcuno possa sembrare che la ribellione degli uomini impedisca la volontà divina, bisogna tenere conto che tale ribellione è già stata prevista e quindi inserita nel disegno stesso. Quello che potrebbe apparire come un piano B, che Dio usa per mettere una toppa, come il sacrificio di Gesù per redimere un mondo decaduto, è in realtà già parte integrante del piano originale di Dio. È dunque successivamente alla preconoscenza che Dio ha predestinato i figli di Dio.

Sia Davide, che Geremia, che Paolo stesso descrivono questo disegno di Dio per le loro vite, che sussiste fin da prima della loro nascita. Nel Salmo 139, vv. 13-16, Davide scrive: «Sei tu che hai formato le mie reni, che mi hai intessuto nel seno di mia madre. Io ti celebrerò, perché sono stato fatto in modo stupendo. Meravigliose sono le tue opere, e l’anima mia lo sa molto bene. Le mie ossa non ti erano nascoste, quando fui formato in segreto e intessuto nelle profondità della terra. I tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo e nel tuo libro erano tutti scritti i giorni che mi eran destinati, quando nessuno d’essi era sorto ancora». Tutti i giorni della vita di Davide erano già stati scritti in un libro, come anche in Apocalisse leggiamo che i salvati e i perduti sono determinati da libri già scritti (Apo 13:8; 17:8). Similmente, anche Geremia era stato preconosciuto e predestinato, in quanto Javè stesso gli disse: «Prima che io ti avessi formato nel grembo di tua madre, io ti ho conosciuto; prima che tu uscissi dal suo grembo, io ti ho consacrato e ti ho costituito profeta delle nazioni» (Ger 1:5). E, allo stesso modo, Paolo racconta in Galati 1:15-16: «Ma Dio che m’aveva prescelto fin dal seno di mia madre e mi ha chiamato mediante la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché io lo annunciassi fra gli stranieri». Paolo ci ha provato, come molti di noi, a resistere il più possibile alla chiamata, ma poi gli si è presentato Gesù in persona, che gli ha fatto notare quanto fosse duro per lui continuare a ricalcitrare contro il pungolo (Atti 26:14), e si è dovuto arrendere.

Gli uomini si accorgono di tutto questo soltanto al momento della chiamata, ma bisogna rendersi conto che essa è soltanto nel mezzo di un grande disegno, che parte dalla preconoscenza di Dio, il quale ci renderà sempre più simili a Gesù, fino alla glorificazione.

È importante notare che tutti noi ci sentiamo liberi di scegliere, ma ci sentiamo allo stesso tempo nelle mani di Gesù, vedendo il disegno di Dio nella nostra vita. Spesso ci si sofferma soltanto su uno dei due aspetti, la libertà dell’uomo o la sovranità divina, enfatizzando quello che più ci piace e ignorando quell’altro, ma la verità è che tutti sperimentiamo entrambi. Dio stesso, nella Bibbia, ritiene gli uomini responsabili delle loro azioni, chiedendo loro di renderne conto, e allo stesso tempo, come abbiamo appena visto, afferma che il suo disegno non può essere impedito. Dunque la chiave per armonizzare la sovranità divina con la responsabilità dell’uomo sembra essere proprio la preconoscenza. Dio non ha creato dei robot, ma delle persone, e con la preconoscenza può vedere come risponderebbero alla sua chiamata, predestinando di conseguenza tutte le cose, in modo che cooperino al bene di coloro che amano Dio. Spesso il “suo” bene può non coincidere con la nostra idea di bene, ma quando Saulo perseguitava i discepoli di Gesù ed era presente alla lapidazione di Stefano, tutte le cose cooperavano al suo bene, se ci riflettiamo a fondo. Oppure quando Gesù fu flagellato e crocifisso, tutto cooperava al bene, anche se poteva non sembrare.

 

«Che diremo dunque riguardo a queste cose? Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? […] Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. […] Chi ci separerà dall’amore del Messia? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Com’è scritto: «Per amor di te siamo messi a morte tutto il giorno; siamo stati considerati come pecore da macello». Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati» (8:31-37).

In questa seconda conclusione, viene ribadito che, se siamo nel Messia, nessuno può accusarci, né separarci da lui. Paolo sembra volerlo dimostrare con il Salmo 44, che cita per richiamarne tutto il contesto: «1 O Dio, noi abbiamo udito con i nostri orecchi, i nostri padri ci hanno raccontato l’opera da te compiuta ai loro giorni, […] 4 Sei tu il mio re, o Dio, sei tu che dai la vittoria a Giacobbe! […] 9 Ma ora ci hai respinti e coperti di vergogna […] 11 Ci hai svenduti come pecore destinate al macello, ci hai dispersi tra le nazioni. 12 Tu vendi il tuo popolo per pochi soldi […] 17 Tutto questo ci è avvenuto, eppure non ti abbiamo dimenticato e non siamo stati infedeli al tuo patto. […] 22 Per causa tua siamo ogni giorno messi a morte, considerati come pecore da macello. 23 Risvègliati! Perché dormi, Signore? Dèstati, non respingerci per sempre! 24 Perché nascondi il tuo volto e ignori la nostra afflizione e la nostra oppressione? […] 26 Ergiti in nostro aiuto, liberaci nella tua bontà» (Sal 44:1-26). Nonostante sembrasse che Dio non fosse loro più fedele, che li avesse svenduti come senza valore, il popolo di Dio in qualche modo gli è rimasto fedele lo stesso. Similmente i credenti, anche nelle situazioni estreme, riescono a trovare la forza di avere fiducia in Dio, anche se quest’ultimo sembra averli abbandonati. Infatti, dal verso 23, il salmista invoca la liberazione di Dio, facendo appello alla sua bontà, alla sua grazia, non alla sua giustizia, perché in fondo è consapevole di meritarsi quel che gli succede. Allo stesso modo, Paolo conclude dicendo che siamo più che vincitori non grazie alle nostre forze, ma in virtù di colui che ci ha amati (v. 37).

 

«Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è nel Messia Gesù, nostro Signore» (8:38-39).

Stessa sostanza, formulazione diversa: è Dio che ci tiene nelle sue mani, non noi che rimaniamo aggrappati a lui grazie alle nostre forze. Come accennato in precedenza, tutti i figli di Dio sperimentano questo suo amore infallibile, poiché lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro spirito che niente potrà separarci dall’amore di Dio che è nel Messia Gesù, nostro Signore. Tutti i figli di Dio, anche quelli che credono nella perdita della salvezza, sperimentano questa profonda convinzione, poiché essa non può essere scalfita da alcuna teologia.

 

In conclusione, i figli di Dio, che sono stati preconosciuti da lui, vengono chiamati e inseriti in un disegno predestinato da Dio Padre fin dal principio. Egli li giustifica e dona loro lo Spirito Santo, il quale abiterà con loro e li santificherà sempre di più, fino a renderli conformi all’immagine di Gesù. Come riassume perfettamente Pietro: «Eletti secondo la prescienza di Dio Padre, mediante la santificazione dello Spirito, a ubbidire e a essere cosparsi del sangue di Gesù Messia» (1Pie 1:2).