Sintesi dei dialoghi con F. De Angelis su Romani

DIALOGO 16a

LA TRAGEDIA DELLA CROCIFISSIONE DI GESÙ (9:1-5)

 

«Dico la verità nel Messia, non mento – poiché la mia coscienza me lo conferma per mezzo dello Spirito Santo – ho una grande tristezza e una sofferenza continua nel mio cuore; perché io stesso vorrei essere anatema, separato dal Messia, per amore dei miei fratelli, miei parenti secondo la carne» (9:1-3).

Per Paolo è una tragedia, «una grande tristezza e una sofferenza continua», il fatto che si attendesse un Messia che avrebbe riscattato il popolo di Israele, mentre in realtà la maggior parte di esso ha finito per rifiutarlo, e così il Messia non ha potuto nemmeno adempiere a tutte le profezie che lo riguardavano. Per questo “lutto” non ci è passato solo Paolo, ma anche Giovanni il Battista, Pietro e tutti gli altri discepoli; infatti, cosa fecero i discepoli nei tre giorni successivi alla crocifissione di Gesù? Andarono a proclamare la gloria e la vittoria del Messia? No di certo.

Non si può festeggiare Gesù risorto se prima non abbiamo pianto Gesù crocifisso. Paolo inizia i tre capitoli 9-11 parlando prima della tragedia, per poi elaborare il lutto e concludere con un’espressione di adorazione a Dio Padre (Rom 11:36). Per molti cristiani il problema che a Paolo causava una grande tristezza e una sofferenza continua non esiste nemmeno, quindi è normale che poi non capiscano la risposta che verrà data nei versetti successivi. Non possiamo far finta che il problema non ci sia, ma anzi dobbiamo riuscire ad unire entrambi gli aspetti, sia la tristezza per la crocifissione che gioia della risurrezione che. Infine l’amore di Paolo per i suoi fratelli era così forte da spingerlo ad andare a Gerusalemme, nonostante lo Spirito Santo lo avesse avvertito che avrebbe rischiato la vita (Atti 21:10-14).

 

«Gli Israeliti, ai quali appartengono [appartengono, non appartenevano] l’adozione, la gloria, i patti, la legislazione, il servizio sacro e le promesse; ai quali appartengono i padri e dai quali proviene, secondo la carne, il Messia, che è sopra tutte le cose Dio benedetto in eterno. Amen!» (9:4-5).

Dato che molti cristiani tendono a disprezzare la carne per esaltare esageratamente lo spirito, in questi versetti danno poca importanza alla citazione della carne del Messia. Come spesso accade, viene messa in secondo piano (talvolta disprezzata) l’umanità e l’ebraicità di Gesù, perché “tanto conta lo spirito, non la carne”. Ma gli apostoli condivisero anche e soprattutto la carne di Gesù, vissero a pieno la sua umanità e la sua ebraicità, come ebrei tra ebrei. Nell’ultima cena, per esempio, mangiarono e festeggiarono la Pasqua con Gesù in carne. Non c’era certo lo spirito di Gesù a mangiare l’agnello! La carne di Gesù non è un accessorio di poco valore, tant’è che Gesù se l’è voluta riprendere quando è risorto, compresa di ferite. E quando Gesù tornerà, regneremo con lui con i corpi risorti, non senza carne! Ma i cristiani questo tendono a dimenticarselo.

Bisogna fare molta attenzione all’espressione finale: «Il Messia, che è sopra tutte le cose Dio benedetto in eterno. Amen!» (9:5). Letto così potrebbe sembrare che il «Dio benedetto in eterno» sia riferito al Messia Gesù, ma ci sono elementi sufficienti e decisivi per pensare che sia invece riferito al Padre. Ciò si può rendere evidente aggiungendo una virgola: «il Messia, che è sopra tutte le cose, Dio benedetto in eterno. Amen!». Così traducono sia la CEI che la Concordata. La CEI è la traduzione ufficiale cattolica e ciò è significativo, perché la Chiesa Cattolica tende spesso ad esaltare la divinità di Gesù. La Concordata è stata invece tradotta dalle tre maggiori confessioni cristiane (cattolici, protestanti e ortodossi) e ciò significa che quel modo è il più condiviso. Il mettere quella virgola in più, riferendo le parole finali a Dio Padre, è supportato da altri scritti di Paolo simili dove egli, dopo aver parlato di Gesù, prorompe in espressioni finali di gioia e di adorazione a Dio Padre. Per esempio in 1Timoteo 1:12-17: «Io ringrazio colui che mi ha reso forte, il Messia Gesù, nostro Signore, per avermi stimato degno della sua fiducia, ponendo al suo servizio me […] Certa è quest’affermazione e degna di essere pienamente accettata: che il Messia Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo. Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Messia dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita eterna. Al Re eterno, immortale, invisibile, all’unico Dio, siano onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen». Anche più avanti nella stessa Lettera a Timoteo c’è un caso molto simile: «Ti ordino di osservare questo comandamento da uomo senza macchia, irreprensibile, fino all’apparizione del nostro Signore Gesù Messia, la quale sarà a suo tempo manifestata dal beato e unico sovrano, il Re dei re e Signore dei signori, il solo che possiede l’immortalità e che abita una luce inaccessibile; che nessun uomo ha visto né può vedere; a lui siano onore e potenza eterna. Amen» (1Tim 6:14-16). Infine, come abbiamo già considerato altre volte, Paolo, in tutte le Lettere, usa un chiaro linguaggio trinitario, in cui per «Dio» si intende il Padre e per «Signore» il Messia Gesù, basti vedere 1Corinzi 8:6: «Tuttavia per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale sono tutte le cose, e noi viviamo per lui, e un solo Signore, Gesù Messia, mediante il quale sono tutte le cose, e mediante il quale anche noi siamo». Come se non bastasse, proprio in chiusura della Lettera ai Romani, Paolo sottolinea questo atteggiamento di dare gloria a Dio Padre per mezzo di Gesù: «a Dio, unico in saggezza, per mezzo di Gesù Messia sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen» (Rom 16:27).

La cosa più bizzarra è che, con l’obiettivo di “provare” la divinità di Gesù, alcuni cristiani si attaccano a mezzi versetti controversi come questo. Mostrando in questo modo la poca conoscenza di Gesù, poiché ci sono mille altri modi per provarne la divinità, e la scarsa conoscenza delle Lettere del Nuovo Testamento, in cui viene usato un chiaro linguaggio trinitario. Per approfondire quest’ultimo aspetto si veda il riassunto dei Dialoghi 2-3, come pure l’articolo di Fernando De Angelis su “Paolo e Gesù 2”.

In conclusione, in un passo che si può tradurre in più modi come questo (poiché nell’originale greco non ci sono le virgole), dovremmo rimanere coerenti con gli altri passi biblici paralleli, in particolare con quelli dove Paolo usa lo stesso schema, cioè parla prima di Gesù e poi prorompe in un’adorazione a Dio.