Sintesi dei dialoghi con F. De Angelis su Romani

DIALOGO 16b-17

EGLI FA MISERICORDIA A CHI VUOLE E INDURISCE CHI VUOLE (9:6-23)

di Christian Mancini

 

«Però non è che la parola di Dio sia caduta a terra; infatti non tutti i discendenti d’Israele sono Israele; né per il fatto di essere stirpe d’Abraamo, sono tutti figli d’Abraamo; anzi: “È in Isacco che ti sarà riconosciuta una discendenza”. Cioè, non i figli della carne sono figli di Dio; ma i figli della promessa sono considerati come discendenza. Infatti, questa è la parola della promessa: “In questo tempo verrò, e Sara avrà un figlio”» (Rom 9:6-9).

Paolo vuole combattere le false credenze di quegli Ebrei che si consideravano automaticamente figli di Dio in quanto figli di Abraamo. Ma fin dai tempi di Mosè si sapeva che Dio può rigettare i suoi figli Ebrei se agiscono perversamente o malvagiamente, vedi ad esempio Deuteronomio 32:5 «Hanno agito perversamente contro di lui; non sono suoi figli, questi corrotti, razza storta e perversa». Quindi non è una novità o una “spiritualizzazione” dell’Antico Testamento introdotta da Paolo, come la interpretano molti cristiani, ma era l’Antico Testamento stesso ad insegnarlo. Lo stesso Gesù rispose nel medesimo modo a certi farisei, i quali reclamavano di avere Abraamo come padre, mentre Gesù disse loro che in realtà erano figli del Diavolo (Giov 8:38-44). Non a caso, gli argomenti portati da Paolo sono presi dalla storia del popolo di Israele, il primo esempio con Isacco e Ismaele e il secondo con Giacobbe e Esaù.

«Infatti non tutti i discendenti d’Israele sono Israele» (v. 6). Con queste parole Paolo introduce anche il concetto di residuo, che svilupperà più avanti. Un concetto che molti vedono come un residuo che si prende il tesoro delle benedizioni e scappa, abbandonando la nave; mentre quello insegnato da Paolo è un residuo che si fa carico di salvare la barca. Cioè se l’albero si sta ammalando, Dio non lo butta via e ne pianta un altro (come vorrebbe far credere qualche cristiano), ma semplicemente lo pota, e quindi il tronco continua ad essere lo stesso. Dunque quello che Paolo vuole evidenziare fin da subito è che Dio non ha fallito, ma ha usato lo stesso metodo che ha sempre usato fin dai tempi di Abraamo, ovvero il metodo del residuo. Ma ne parleremo più approfonditamente nei prossimi dialoghi.

 

«Ma c’è di più! Anche a Rebecca avvenne la medesima cosa quand’ebbe concepito figli da un solo uomo, da Isacco nostro padre; poiché, prima che i gemelli fossero nati e che avessero fatto del bene o del male (affinché rimanesse fermo il proponimento di Dio, secondo elezione, che dipende non da opere, ma da colui che chiama), le fu detto: “Il maggiore servirà il minore”; com’è scritto: “Ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù”» (Rom 9:10-13).

È importante notare che l’ultima citazione riportata da Paolo si trova in Malachia, mentre la prima in Genesi; perciò tra le due ci corrono duemila anni. Se uno non conosce l’Antico Testamento, può capire erroneamente che Dio abbia detto la frase «ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù» in contemporanea a quella di Genesi, con Dio che avrebbe odiato Esaù da prima ancora che nascesse. Paolo scriveva a persone che avevano conoscenza della legge (7:1), che sapevano bene di cosa stesse parlando, e quindi non è stato a raccontare tutta la storia di Giacobbe e Esaù, sulla quale facciamo ora qualche precisazione.

La storia comincia quando Javè dice a Rebecca: «Due nazioni sono nel tuo grembo e due popoli separati usciranno dal tuo seno. Uno dei due popoli sarà più forte dell’altro, e il maggiore servirà il minore» (Gen 25:23). Javè le dice che entrambi saranno due nazioni e che uno sarà più forte dell’altro, non dice che uno sarà benedetto e l’altro maledetto, ma che uno sarà più benedetto dell’altro. Dio non sta ponendo il suo amore su uno e non sull’altro, ma sta assegnando i ruoli, come fa un allenatore quando sceglie il capitano della squadra.

Cinque secoli dopo Javè dice a Mosè: «Da’ quest’ordine al popolo: “Voi state per passare i confini dei figli d’Esaù, vostri fratelli, che abitano in Seir; essi avranno paura di voi; state quindi bene in guardia, non movete loro guerra, poiché del loro paese io non vi darò neppure quanto ne può calcare un piede, perché ho dato il monte Seir a Esaù come sua proprietà. Comprerete da loro con denaro contante le vettovaglie che mangerete, e comprerete pure da loro con denaro persino l’acqua che berrete. Poiché Javè, il tuo Dio, ti ha benedetto in tutta l’opera delle tue mani, ti ha seguito nel tuo viaggio attraverso questo grande deserto; Javè, il tuo Dio, è stato con te durante questi quarant’anni e non ti è mancato nulla”». Così passammo, lasciando a distanza i figli di Esaù, nostri fratelli, che abitano in Seir, ed evitando la via della pianura, come pure Elat ed Esion-Gheber. Poi ci voltammo e ci incamminammo verso il deserto di Moab (Deu 2:4-8). I figli d’Esaù sono considerati gli “odiati da Dio”? No di certo! Sono considerati loro fratelli, che hanno ricevuto da Dio la terra di Seir e che vengono da lui grandemente protetti. Addirittura, pur di non disturbarli, gli Israeliti rinunciano a passare dalla pianura, percorso che sarebbe stato assai più vantaggioso per un popolo a piedi.

Circa 1500 anni dopo Mosè, cioè al tempo dei profeti, la storia ha una svolta: «A causa della violenza fatta a tuo fratello Giacobbe, tu sarai coperto di vergogna e sarai sterminato per sempre. Quel giorno tu eri presente, il giorno in cui gli stranieri portavano via il suo esercito, e i forestieri entravano per le sue porte e tiravano a sorte su Gerusalemme; anche tu eri come uno di loro. Ah! non gioire per il giorno della sventura di tuo fratello. Non ti rallegrare per i figli di Giuda nel giorno della loro rovina. Non parlare con tanta arroganza nel giorno dell’angoscia. Non passare per la porta del mio popolo il giorno della sua sventura; non gioire, anche tu, della sua afflizione il giorno della sua sventura; non metter le mani sul suo esercito il giorno della sua sventura. Non appostarti ai bivi per sterminare i suoi fuggiaschi e non consegnare al nemico i suoi superstiti, nel giorno della sventura! Infatti il giorno di Javè è vicino per tutte le nazioni e come hai fatto, così sarà fatto a te: le tue azioni ti ricadranno sul capo.» (Abdia 10-15). Da notare che Dio giudica severamente i discendenti di Esaù (e le altre nazioni) quando giudica severamente anche i discendenti di Giacobbe, come fa di consueto. Ma venendo al brano che stiamo considerando, quando Dio giudica Israele e lo fa deportare distruggendo Gerusalemme, i loro fratelli (cioè i figli di Esaù) si comportano come nemici invece che come fratelli, gioendo per la loro sventura e schierandosi con i distruttori. Dunque i figli di Esaù non sono oggetto dell’ira di Dio a causa di una iniziale decisione arbitraria e ingiusta, ma per colpa del loro comportamento.

Questo è un perfetto esempio del fatto che la profezia non annulla la storia. Non è che Dio si è messo a fare i dispetti ai figli di Esaù perché aveva profetizzato che “Il maggiore servirà il minore”, ma la storia si è svolta realmente, concludendosi con la conferma della previsione di Dio, poiché come abbiamo considerato anche negli scorsi dialoghi, Dio è presciente. Vediamo ora meglio la citazione tratta da Malachia.

 

Oracolo, parola di Javè, rivolta a Israele per mezzo di Malachia. «Io vi ho amati», dice Javè; «e voi dite: “In che modo ci hai amati?” Esaù non era forse fratello di Giacobbe?», dice Javè, «eppure io ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù; ho fatto dei suoi monti una desolazione e ho dato la sua eredità agli sciacalli del deserto» (Malachia 1:2-3).

Nel primo capitolo di Malachia, Javè fa notare agli Israeliti che li ha amati e ha fatto loro una grande grazia, facendoli rientrare a Gerusalemme e facendo ricostruire il Tempio. Non se lo meritavano proprio come i figli di Esaù (come abbiamo considerato poco fa), ma ai figli di Giacobbe Javè ha fatto grazia, poiché Dio è libero di far misericordia a chi vuole, essendo una cosa in più del dovuto. Dunque l’amore che Dio ha dimostrato ad Esaù è odio, in confronto all’amore riversato su Giacobbe. Bisogna notare anche che nella frase “ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù” viene usato un modo di dire ebraico iperbolico, che usa anche Gesù nel paragonare l’amore che dobbiamo a lui in confronto a quello che dobbiamo ai nostri cari (Luca 14:26).

«Affinché rimanesse fermo il proponimento di Dio, secondo elezione, che dipende non da opere, ma da colui che chiama» (9:11-12). Lo stesso concetto di salvezza per grazia e non per opere, che Paolo ha esposto nei primi otto capitoli, lo applica al popolo di Israele, come espliciterà anche più avanti (Rom 11:5-6,32).

Dunque Dio ha grandemente benedetto Giacobbe, ma ha benedetto anche Esaù, e la sua ira si è riversata su quest’ultimo soltanto quando si è rivoltato contro Giacobbe. In questi due esempi che Paolo ha fatto, quello di Isacco e quello di Giacobbe, non tutti i figli di Abraamo sono rimasti partecipi delle promesse di Abraamo, ma le promesse di Dio non sono cadute a terra, poiché sono state entrambe mantenute.

Nei primi otto capitoli Paolo vuol farsi capire sia dagli Ebrei che dai Gentili, usando quindi argomentazioni comprensibili da tutti. Mentre nei capitoli 9,10 e 11 Paolo cita l’Antico Testamento con il consueto modo di fare da Ebreo ad Ebreo, ovvero non con citazioni vere e proprie, ma con delle rievocazioni, similmente a come fa l’autore della Lettera agli Ebrei.

Come ha sempre fatto in tutta l’epistola, Paolo ha prima esposto la sua argomentazione (9:6-13) e ora risponde alle obiezioni che suppone si siano suscitate nel suo uditorio (da 9:14).

 

«Che diremo dunque? Vi è forse ingiustizia in Dio? No di certo! Poiché egli dice a Mosè: “Io avrò misericordia di chi avrò misericordia e avrò compassione di chi avrò compassione”» (9:14-15).

L’argomentazione principale di Paolo era che non tutti i discendenti di Israele sono Israele, quindi questa obiezione si presuppone che venga da quegli Ebrei che in quel momento erano rimasti esclusi dal residuo eletto, ovvero quelli che avevano rifiutato il Messia Gesù. Quindi Dio ha fatto un’ingiustizia ad escludere questi ultimi? La cosa curiosa è che la risposta di Paolo sembra una contraddizione, perché prima risponde «No di certo!», poi la spiegazione che dà sembra dare ragione ai contestatori ed esprimere tutto fuori che giustizia, dato che Paolo cita Esodo 33:19, dove Dio afferma: «Io avrò misericordia di chi avrò misericordia e avrò compassione di chi avrò compassione». Letto così sembra più un capriccio di Dio, più che giustizia. Ma in realtà, se leggiamo bene, non dice “Io avrò misericordia di chi avrò misericordia e odierò chi vorrò odiare”, ma ripete entrambe le volte che farà grazia a chi vorrà fare grazia. Tenendo a mente quello che aveva spiegato nei primi capitoli, cioè che tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio (ad es. Rom 3:23), sappiamo che la condanna è meritata da tutti, mentre la grazia è una cosa in più. Un po’ come il padrone nella parabola dei lavoratori delle diverse ore (Mat 20:1-16), Dio non fa un torto a nessuno, ma semplicemente fa più del dovuto a qualcuno in particolare.

Andando a vedere la citazione di Esodo 33:19 nel contesto originale si capisce molto meglio (come in precedenza con Giacobbe e Esaù), poiché essa racconta soltanto la fine della storia, che riconsideriamo a partire da Esodo 32:2-5: «Aaronne rispose loro: “Staccate gli anelli d’oro che sono agli orecchi delle vostre mogli, dei vostri figli e delle vostre figlie, e portatemeli”. E tutto il popolo si staccò dagli orecchi gli anelli d’oro e li portò ad Aaronne. Egli li prese dalle loro mani e, dopo aver cesellato lo stampo, ne fece un vitello di metallo fuso. E quelli dissero: “O Israele, questo è il tuo dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto!” Quando Aaronne vide questo, costruì un altare davanti al vitello ed esclamò: “Domani sarà festa in onore di Javè!”». La storia di Israele poteva già finire qui, in quanto il popolo si era già pervertito. Ma la storia continua, perché Mosè fa un tentativo di ottenere il perdono di Dio: «L’indomani Mosè disse al popolo: “Voi avete commesso un grande peccato; ma ora io salirò da Javè; forse otterrò che il vostro peccato vi sia perdonato”» (Esodo 32:30). Arriviamo infine al versetto dal quale è tratta la citazione di Paolo: «Javè disse a Mosè: “Farò anche questo che tu chiedi, perché tu hai trovato grazia agli occhi miei, e ti conosco personalmente”. Mosè disse: “Ti prego, fammi vedere la tua gloria!” Javè gli rispose: “Io farò passare davanti a te tutta la mia bontà, proclamerò il nome di Javè davanti a te; farò grazia a chi vorrò fare grazia e avrò pietà di chi vorrò avere pietà”» (Esodo 33:17-19). Quindi il senso di questa rievocazione di Paolo non è che Dio afferma di poter condannare chi vuole, ma di poter far grazia a chi vuole, una grazia completamente immeritata. Da sottolineare ancora una volta come anche in questo episodio, avvenuto proprio al momento della promulgazione della Legge, Dio manifesti la sua immensa grazia. Il vero mistero è come facciano molti cristiani ad essere ancora convinti che la grazia di Dio cominci nel Nuovo Testamento. Il fatto stesso che nell’arca del patto ci fosse la seconda copia delle tavole della legge (poiché la prima era stata distrutta da Mosè) sta a testimoniare la grande grazia di Javè, che si è messo addirittura a riscrivere quella legge precedentemente subito violata.

 

«Non dipende dunque né da chi vuole né da chi corre, ma da Dio che fa misericordia» (Rom 9:16).

Consapevoli di questo, dovremmo considerarci parte del “club dei delinquenti graziati”, mentre va spesso a finire che ce ne dimentichiamo e siamo portati a sentirci migliori o superiori agli altri.

 

«La Scrittura infatti dice al faraone: “Appunto per questo ti ho suscitato: per mostrare in te la mia potenza e perché il mio nome sia proclamato per tutta la terra”. Così dunque egli fa misericordia a chi vuole e indurisce chi vuole» (Rom 9:17-18).

Paolo rievoca Esodo 9:16 e ancora una volta andiamo a vedere cosa è successo prima del passo rievocato: «Mosè e Aaronne andarono dunque dal faraone e fecero come Javè aveva ordinato. Aaronne gettò il suo bastone davanti al faraone e davanti ai suoi servitori e quello diventò un serpente. Il faraone a sua volta chiamò i sapienti e gli incantatori; e i maghi d’Egitto fecero anch’essi la stessa cosa, con le loro arti occulte. Ognuno di essi gettò il suo bastone e i bastoni divennero serpenti; ma il bastone d’Aaronne inghiottì i loro bastoni. E il cuore del faraone si indurì: non diede ascolto a Mosè e ad Aaronne, come Javè aveva detto» (Eso 7:10-13). Il fatto che Dio abbia mostrato la sua potenza in modo inequivocabile e senza fare alcun danno al faraone, dimostra la sua volontà di amarlo, sperando di non dover mai arrivare alla condanna. Poi però il faraone ha continuato a perseguitare il popolo di Israele, nonostante Dio gli mostrasse progressivamente la sua potenza, così Dio ha avuto tutto il diritto di giudicarlo. Il fatto che Dio abbia suscitato il faraone per mostrare la sua potenza e per proclamare il suo nome in tutta la terra (Rom 9:17), non significa dunque che non gli abbia mostrato il suo amore. Basti vedere anche come le piaghe da lui mandate sull’Egitto sono state di intensità e gravità crescente, proprio con l’obbiettivo di far ravvedere il faraone e non arrivare al giudizio finale. Come Dio ha mostrato il suo amore anche verso Esaù, allo stesso modo lo ha mostrato anche verso il faraone.

 

«Tu allora mi dirai: “Perché rimprovera egli ancora? Poiché chi può resistere alla sua volontà?” Piuttosto, o uomo, chi sei tu che replichi a Dio? La cosa plasmata dirà forse a colui che la plasmò: “Perché mi hai fatta così?” Il vasaio non è forse padrone dell’argilla per trarre dalla stessa pasta un vaso per uso nobile e un altro per uso ignobile? Che c’è da contestare se Dio, volendo manifestare la sua ira e far conoscere la sua potenza, ha sopportato con grande pazienza dei vasi d’ira preparati per la perdizione, e ciò per far conoscere la ricchezza della sua gloria verso dei vasi di misericordia che aveva già prima preparati per la gloria» (Rom 9:19-23).

A noi viene spontaneo pensare che la predestinazione escluda la responsabilità dell’uomo, ma con gli esempi del faraone e dei figli di Esaù, Paolo ha mostrato che nonostante Dio sia sovrano, i ribelli non sono affatto innocenti e Dio gliene chiede conto, considerandoli responsabili per i loro peccati. Infatti in questi versetti, Paolo non contrasta l’argomento in sé, poiché ha già risposto con gli esempi precedenti, ma contrasta l’atteggiamento sbagliato di mettersi in cattedra a giudicare Dio. Come è stato fatto capire anche a Giobbe (Giobbe 38:4), noi non siamo in una buona posizione per insegnare a Dio. Con questa illustrazione dei vasi e del vasaio, Paolo sta citando implicitamente Isaia, dimostrando ancora una volta quanto l’Antico Testamento sia continuamente richiamato: «Guai a colui che contesta il suo creatore, egli, rottame fra i rottami di vasi di terra! L’argilla dirà forse a colui che la forma: “Che fai?” L’opera tua potrà forse dire: “Egli non ha mani”? Guai a colui che dice a suo padre: “Perché generi? “e a sua madre: “Perché partorisci?”» Così parla Javè, il Santo d’Israele, colui che l’ha formato: «Voi m’interrogate circa le cose future! Mi date degli ordini circa i miei figli e circa l’opera delle mie mani!» (Isa 45:9-11). È proprio questo il tipo di vaso d’argilla che Paolo contesta, ovvero quello che pensa di poter dare ordini a Javè, mettendosi al posto suo. Ma c’è anche un secondo tipo di argilla che viene descritta da Isaia: «Tuttavia, Javè, tu sei nostro padre; noi siamo l’argilla e tu colui che ci formi; noi siamo tutti opera delle tue mani. Non adirarti fino all’estremo, o Javè! Non ricordarti dell’iniquità per sempre; ecco, guarda, ti supplichiamo; noi siamo tutti tuo popolo» (Isa 45:9-11). Questo è l’atteggiamento giusto che deve tenere l’argilla, non quello di voler dare ordini al vasaio!

Da notare che nelle parole di Paolo si capisce che Dio non ha voluto i vasi d’ira, ma che li ha sopportati con grande pazienza (Rom 9:22). Quindi si può dire che questi versetti vogliono combattere un atteggiamento sbagliato, cioè quello di volersi mettere al posto del vasaio, non tanto rispondere alla domanda se questi vasi sono stati preparati prima o no.

In conclusione, questi passi di Romani 9 sono largamente usati per esaltare la sovranità di Dio e la predestinazione, cosa che non si può negare e che anche noi abbiamo sempre esaltato nel commentare tutta l’epistola; tuttavia, andando ad analizzare i versetti rievocati da Paolo, è evidente che la sovranità di Dio non abbia escluso la responsabilità dell’uomo, e che la profezia non abbia annullato la storia, in entrambi gli esempi riportati in questo testo. Dunque, la Lettera ai Romani e la Bibbia nel suo complesso sottolinea entrambe le cose: la sovranità di Dio e la responsabilità dell’uomo. Tipicamente, i cristiani tendono ad esagerarne una, dimenticandosi dell’altra, ma la verità è che dobbiamo cercare di armonizzarle.

 

Per argomenti simili vedi il sito di Fernando De Angelis.