Gli psicologi contemporanei che studiano le origini delle credenze religiose sono sempre più convinti che l’essere umano sia “cablato” appositamente per credere genuinamente in Dio. Il noto filosofo Stephen Evans, PhD all’Università di Yale, professore alla Baylor University, riassume perfettamente il punto:

“Gli esseri umani sono cablati per credere in Dio o negli dei. Il credo religioso è il risultato di una facoltà cognitiva che hanno gli umani che ci spinge a rispondere alla natura credendo che esistano agenti invisibili (o un agente) dietro la natura. […] Gli umani hanno la tendenza naturale ad interpretare gli eventi in natura come risultato di azioni intenzionali.” [1]

Ecco alcuni degli psicologi contemporanei citati in precedenza e i loro studi: Pascal Boyer, “The naturalness of religious ideas: a cognitive theory of religion; Scott Atran, “In Gods we trust: the evolutionary landscape of religion”; S.E. Guthrie, “Faces in the clouds: A new theory of religion”; Dean Hamer, “The God gene: how faith is hardwired into our genes”.

In conclusione, come hanno argomentato molti filosofi (oltre Evans), tra i quali Alvin Plantinga, il più grande filosofo cristiano dell’ultimo secolo, professore all’Università di Notre Dame, se Dio esistesse ci avrebbe creati proprio in modo tale che sentissimo il bisogno di lui. Dunque, il fatto che ci siano molte persone che arrivino a credere genuinamente in Dio, è proprio quello che ci aspetteremmo di osservare se il mondo fosse stato creato e progettato da Dio.

[1] C. Stephen Evans, “The Naive Teleological Argument”, in Jerry L. Walls and Trent Dougherty, “Two Dozen (or so) Argument for God”, p. 114.